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Cocaina spedita a Savona nascosta tra giochi erotici: da rifare il processo d’appello a Davide Mannarà

La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio la sentenza di condanna di secondo grado

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Cocaina spedita a Savona nascosta tra giochi erotici: da rifare il processo d’appello a Davide Mannarà
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Savona. Sarà da ripetere il processo con cui la corte d’appello di Milano aveva confermato la condanna a cinque anni e sei mesi di reclusione inflitta dal tribunale di Busto Arsizio al savonese Davide Mannarà per una vicenda di spaccio di droga risalente all’agosto 2015. La Corte di Cassazione ha infatti annullato con rinvio la sentenza di secondo grado accogliendo l’appello del difensore dell’imputato (che oltre all’avvocato Carlo Biondi, davanti alla Corte Suprema era seguito dal professor Franco Coppi).

Il processo relativo a questa vicenda, in un primo momento, doveva essere celebrato a Savona, ma in udienza preliminare, il giudice aveva accolto l’eccezione di incompetenza territoriale avanzata dagli avvocati di Mannarà (l’avvocato Biondi ed il collega Alfonso Ferrara). I difensori avevano sostenuto che, alla luce del fatto che lo stupefacente (per la precisione 557 grammi di cocaina) al centro dell’indagine, fosse arrivato in Italia attraverso l’aeroporto di Milano Malpensa, la competenza dovesse essere della Procura di Busto Arsizio. Una tesi che era stata accolta e che aveva portato allo stralcio della posizione di Mannarà e alla trasmissione degli atti ai colleghi lombardi.

Così il processo di primo grado si era celebrato a Busto Arsizio dove era arrivata la condanna contro la quale era stato presentato prima ricorso in appello (dove la sentenza era stata confermata) e poi in Cassazione.

La tesi difensiva dei legali di Mannarà era che non ci fossero prove del coinvolgimento del loro assistito nel traffico illecito di stupefacenti. Ad incastrarlo, secondo gli inquirenti, è una telefonata, risalente al 19 agosto 2015, nella quale l’uomo chiedeva notizie del pacco contenente la droga, spedito dalla Spagna, che poi è stato intercettato dai finanzieri in servizio all’aeroporto di Milano Malpensa.

Una chiamata che Mannarà aveva bollato come favore ad un amico: “Un amico mi chiede una cortesia, se posso fare una telefonata. Io dovevo fare una traduzione in spagnolo, che parlo perfettamente, non mi passava neanche per l’anticamera del cervello che ci fosse qualcosa di male. Se dovevo nascondere qualcosa, se lo sapevo che c’era qualcosa me ne andavo in una cabina telefonica” aveva spiegato al giudice.

Insomma, secondo i legali, Mannarà non sapeva nulla del contenuto del pacco ma si era limitato a chiamare in Spagna per aiutare l’amico Boro Ribaj, di nazionalità albanese (che era finito in manette insieme a lui ed era stato processato a Savona visto che gli venivano contestate anche delle cessioni di droga in città).

L’avvocato Alfonso Ferrara, nel chiedere l’assoluzione del suo assistito, aveva precisato: “L’unico indizio rilevante è rinvenibile dal contenuto della telefonata, avvenuta tra l’altro il 19 agosto, quindi successivamente alla arrivo della sostanza stupefacente a Malpensa, nella quale l’imputato si interessa di un pacco che non era giunto a destinazione, circostanza che non può certo essere sufficiente a ritenere provata una condotta di concorso nel reato. Si tratta, quindi, solo di indizi che non assumendo quella gravità, precisione e concordanza richiesta dalla legge non possono provare l’esistenza di tale fatto”.

Tesi che finora non sono state accolte né dal tribunale di Busto Arsizio né dalla corte d’appello di Milano. Secondo la ricostruzione degli investigatori, Mannarà gestiva un traffico di cocaina sull’asse Spagna-Italia con l’aiuto di Ribaj. L’arresto aveva appunto preso le mosse dall’intercettazione da parte dei finanzieri in servizio a Malpensa di un pacco spedito da Valencia contenente mezzo chilo di polvere bianca, occultata tra giochi erotici, destinato al bar (ex circolo Vatra) di via Montenotte, gestito dall’albanese, a Savona. Mannarà invece era stato appunto collegato alla spedizione attraverso un’utenza telefonica che era sotto controllo: il numero era indicato come riferimento per la spedizione e in più, da quel cellulare, non vedendolo arrivare nei tempi previsti, lui aveva chiesto notizie sui tempi di consegna al corriere.

Olivia Stevanin
24 Maggio 2018 alle 17:11
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