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Siamo tutti capponi?

Per un Pensiero "Altro" è la rubrica filosofica di IVG: ogni mercoledì, partendo da frasi e citazioni, tracce per "itinerari alternativi"

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Siamo tutti capponi?
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Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista?
Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero.

“Ora stendeva il braccio per collera, ora l’alzava per disperazione, ora lo dibatteva in aria, come per minaccia, e, in tutti i modi, dava loro di fiere scosse, e faceva balzare quelle quattro teste spenzolate; le quali intanto s’ingegnavano a beccarsi l’una con l’altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura” (terzo capitolo dei Promessi Sposi).

Probabilmente tutti conoscono il testo dal quale è estrapolata l’immagine dei capponi nelle mani di Renzo, il giovane lombardo che si è trovato, suo malgrado, al centro di una controversa contesa tra due figli di papà della nobiltà spagnola che già allora, pur senza guidare il SUV generosamente finanziato dal genitore, bighellonavano oziosi ed annoiati con l’unico obiettivo di tentare di dare un contenuto al sacco vuoto delle loro esistenze.

Vittima, come troppo spesso accade ancora oggi, una ragazza che aveva l’unico difetto di aver solleticato le fantasie di Don Rodrigo e del degno compare il Conte Attilio. Anticipando trasmissioni di successo dei giorni nostri, il buon Manzoni ci offre la vetrina di un amore conteso e della prevaricazione del potere infine sconfitta dall’intervento della Provvidenza: allora ancora non esistevano Maria de Filippi e Barbara D’Urso per consentire sogni e speranze a giovani aspiranti la ribalta della notorietà.

Ma la parte più geniale della scena, che osservo in chiave allegorica, ha per protagonisti i paria della vicenda. Mi riferisco ai poveri capponi che, come dice l’autore, pur essendo tutti destinati alla medesima sorte, intendo la cucina dell’avvocato Azzeccagarbugli ed infine il suo stomaco, non s’ingegnavano per collaborare ad un tentativo di fuga o comunque a teorizzare una salvezza, al contrario a beccarsi l’una con l’altra (l’uso del femminile deriva dal fatto che Manzoni non fa riferimento diretto ai capponi ma alle quattro teste spenzolate). Le povere bestie, infatti, erano tenute strette nella mano del giovane che, troppo preso dai propri pensieri, dalle proprie ragioni, dai propri interessi, pur senza cattiveria e consapevolezza, continuava a sbattacchiare le malcapitate facendo loro affluire il sangue alla testa e confondendo loro le idee.

Inevitabile che i capponi, notoriamente già perseguitati dalla sorte poiché, al fine di potersene più abbondantemente nutrire, qualche accorto operatore del settore aveva privato degli attributi spegnendone con largo anticipo ardori, passioni e velleità di felicità, finissero per beccarsi tra di loro in una guerra tra i poveri che non metteva certo a rischio la futura crapula dell’avvocato, e forse nemmeno è un caso che si trattasse proprio di un avvocato.

Ed ora usciamo esplicitamente dalla metafora: quanto è tragicamente facile per il popolo italiano riconoscersi nella parte degli infelici capponi, appesi a testa in giù nelle mani di un sistema politico/legge elettorale/dinamiche della democrazia che lo sbattacchia qua e là senza riguardo? Ovvio che monti il sangue alla testa, meno ovvio e che ci si morda l’un l’altro: e se un giorno ci ricrescessero gli attributi? E se un giorno decidessimo che non siamo tutti capponi?

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì: clicca qui per leggere tutti gli articoli

Ferruccio Masci
9 Maggio 2018 alle 9:32
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