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L’incremento del disturbo antropico nel nostro territorio, la riflessione di un cacciatore

"Siamo ricchi di boschi poveri..."

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L’incremento del disturbo antropico nel nostro territorio, la riflessione di un cacciatore
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Giustenice. Le aree prese in esame da questa breve riflessione riguardano quelle dove la distribuzione potenziale della selvaggina della specie Pernice Rossa e Ungulati (Capriolo, Daino, Cervo, Camoscio e Cinghiale) sono a rischio , con profondo regredimento di presenze accertato in quelle aree , quindi l’ Area del Carmo ( Castagnabanca, Cascina Porro, Giovo di Giustenice…) tralasciando al momento le parti più prossime al mare sulle quali sarebbe necessario uno studio approfondito ma per loro natura più “sporche” e ricche di macchia quindi meno sensibili, ma esaminando al momento le aree più interne che vengono direttamente interessate da un rischio di disturbo antropico, il quale sembrerebbe ai più tanti non essere così esteso rispetto al totale e allora bisogna interpretare questo dato con molta attenzione. E poiché stiamo assistendo pressoché ad una estensione totale del fenomeno “disturbo antropico” con l’attraversamento di aree mai prima d’ora frequentate a livello importante stante l’assenza allora di mezzi tecnici moderni quali moto trial, moto enduro , bici servoassistite, mountan bike, bisogna anche considerare la disposizione di tutte quelle aree sottoposte ad un maggiore rischio, perché possono arrivare a rappresentare delle vere e proprie barriere alla libera dispersione delle specie, oltre all’ovvio abbandono e alla migrazione verso zone meno vocate con la naturale invadenza di territori agricoli adibiti a colture, più prossime agli abitati e strade con l’ effetto di danni e di incidenti stradali. Le mappe della sentieristica regionale: AV, TA, Comunali, Cai, ecc.. oltre alle strade cosiddette bianche, alle piste di esbosco per ragioni antincendio, quelle ad uso forestale e quelle dette taglialegna ci danno l’insieme della ragnatela di percorsi oggi frequentati (alcuni più massicciamente altri meno). Se poniamo attenzione a questa osservazione e, se a questa ragnatela, tentiamo di dare un’immagine veritiera e non soltanto interessata o ideologicamente prevenuta noteremo alcune cose importanti di cui almeno due meritano la nostra attenzione.

La prima si configurano in queste aree, sino ai giorni nostri vocate come veri e propri “santuari” dove i ceppi storici degli animali succitati sono sempre stati presenti ( in numero variabile ovviamente per fattori climatici, sanitari, predatori e caccia, interferenze con il pascolo di bovidi e ovini ecc..) altri elementi di disturbo potenziale dagli esiti non prevedibili. La seconda , dove la semplice visione di queste mappe ci rende un territorio ormai parcellizzato e gli effetti del disturbo siano senza soluzione di continuità. Queste mappe se costruite con un approccio geografico, ci permettono di utilizzare questo dato insieme ad altri elementi normalmente considerati nella pianificazione e nella gestione territoriale, per rilevare come ormai il territorio, a causa di queste frequentazioni di massa, sia pressoché divenuto fonte di allerta costante per le popolazioni animali ivi esistenti. La terza che appartiene giocoforza al futuro sarà la possibilità di poter localizzare un’area già sottoposta ad un pesante disturbo rispetto ad una porzione di territorio in cui questo evento è meno importante onde effettuare studi per aiutare a pianificare azioni e progetti che tengano conto anche di questo elemento. Dalle moltissime ricerche e letture sul tema si evincono come la stratificazione di piccoli interventi che di per sé non hanno un grande impatto sulla fauna selvatica, o questo è difficilmente dimostrabile, per il problema dell’effetto cumulativo possono arrivare a rappresentare un problema importante. (Theobald,1997).

Sono perfettamente conscio che anche solo tentare di quantificare quanto un’azione o un intervento siano potenziali fonti di disturbo è piuttosto arduo, ma è verosimile immaginare che la frequentazione estemporanea, spesso accompagnata da velocità e rumore in avvicinamento, stimola la reazione degli animali in senso di pericolo e di repentina fuga. Ad esempio la distanza di fuga da parte della nostra Pernice Rossa, è stato possibile rilevarla visivamente con voli prossimi ai 1000 metri, arroccandosi su pareti in versanti contrapposti, dove il ritorno nei luoghi di nidificazione è probabile non accada più. Molti studi sulla materia hanno cercato di stimare quanto una determinata attività ricreativa umana può interferire con la fauna selvatica, vedi il parapendio, l’arrampicata, il trekking , mettendo in evidenza che l’intensità del disturbo ancorché non costante anche per attività simili è una componente altamente rilevante. Ma in aggiunta a questi fatti bisogna adesso e non lo era possibile prima, considerare anche il grande sviluppo che hanno avuto alcune attività sportive che hanno come teatro in nostro entroterra. Difatti la presenza di migliaia di bikers, una volta limitata ai soli bikers locali e a pochi altri, adesso sta diventando sempre più massiccia a causa della pratica della discesa downhill con bici all-mountain e poiché in molti casi dove le stesse Amministrazioni Pubbliche e le Comunità Locali cercano di attirare questi praticanti aprendo itinerari free in aree interne e limitrofe alle zone descritte aumentando così enormemente il rischio di creare una interferenza diretta ed indiretta con le popolazioni di animali presenti. Aggiungendo che proprio per le condizioni climatiche favorevoli queste pratiche hanno visto aumentare esponenzialmente i suoi estimatori è quella dell’escursionismo invernale è ormai normale. Questa attività che non necessita di grandi competenze tecniche ed è piuttosto economica e quindi alla portata di un pubblico più vasto sebbene sia dai più tanti considerata ecocompatibile, comporta anche degli svantaggi considerevoli e a tempo che graveranno solo e soltanto sulle popolazioni locali.

Un altro grande capitolo sarebbe quello legato al fenomeno idrogeologico che in molti tratti sta iniziando a preoccupare, dove il taglio di sentieri, l’abbassamento di quote, il taglio di massi, il disboscamento su pendi ripidi e la creazione di contenimenti in terra e pietre, che per instabilità faciliteranno nuovi scoli e ruscellamenti andrà trattato separatamente. Concludendo, poiché il maggior numero di praticanti sta aumentando a dismisura la pressione sul territorio , la conoscenza delle potenziali fonti di disturbo, della loro dislocazione sul territorio e della loro intensità può aiutare a generare delle buone pratiche che, senza impedire le attività turistiche e ricreative mitighino l’impatto che queste hanno su specie estremamente sensibili evitandone la sparizione e per gli ungulati l’ulteriore erratismo complicato.

Federico De Rossi
9 Aprile 2018 alle 16:37
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