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Il modello tedesco: lo sviluppo del calcio giovanile in Germania

Lo speciale Settore Giovanile del ct Vaniglia

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Il modello tedesco: lo sviluppo del calcio giovanile in Germania
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Per entrare nel vivo del tema di quanto sta avvenendo in Italia dopo la disastrosa eliminazione nella Nazionale dai Mondiali di Russia 2018, vogliamo riproporvi un reportage sullo sviluppo dei settori giovanili in Germania realizzato nel maggio 2012, che ci spiega come la federazione tedesca si fosse mossa per cercare di riconquistare una posizione di spicco in campo mondiale a livello calcistico.

In allora al progetto della Federazione iniziato nel 2000 mancava ancora un ultimo passo: la vittoria della Nazionale in un grande torneo (immancabilmente avvenuta poi nel 2014 in Brasile). Le righe che seguono sono state scritte prima degli Europei 2012, quando la Germania dei giovani sembrava lanciata verso una finale-rivincita contro la Spagna. Sulla sua strada trovò l’Italia di Prandelli e Balotelli e sappiamo com’è andata a finire (sconfitta dei teutonici per 2 a 1).

Al di là del risultato, però, restavano validi alcuni insegnamenti del sistema-tedesco. Lo aveva detto anche il ct azzurro di allora: “Bisogna avere coraggio e credere di più nei giovani“, questo era il suo messaggio. E allora vediamo cosa accade in Germania di conseguenza al non raggiungimento dell’obiettivo (anche se solo momentaneamente come abbiamo visto). Con un gruppo di allenatori ci trovavamo in visita alla sede del Bayern nell’aprile 2012 e di quanto avemmo modo di constatare desidero informarvi nella convizione di fornirvi un utile servizio. Nell’edicola della Säbener Straße, a Monaco di Baviera, i giornali di quel 12/04 parlavano della sconfitta subíta la sera prima dal Bayern contro il Borussia Dortmund, nel match decisivo per il Meisterschale (il risultato finale della partita che avevamo visto in tribuna in qualità di ospiti della società fu di 0 a 1).

Poco distante, nel suo ufficio all’interno del centro sportivo del Bayern, Werner Kern aveva già letto tutti gli articoli. Per lui la partita col Borussia era già passato remoto: «A volte si può anche perdere». Le parole di Kern erano quelle di un uomo abituato a costruire il futuro. Dal 1998, l’ex allenatore in seconda di Udo Lattek dal’70 al ’77 oramai ultrasessantenne  era il responsabile del settore giovanile della squadra bavarese. L’elenco delle sue scoperte era lunghissimo: da Philipp Lahm ai 18 giocatori che militavano qua e là negli altri club di Bundesliga, come il centrale Matts Hummels, il suo più grande rimpianto. «Ho lottato fino alle fine per tenerlo, ma ai piani alti non mi hanno voluto ascoltare. Tutti possono sbagliare». Il Bayern era ed è la società più vincente di Germania, con uno dei fatturati più alti d’Europa, con i bilanci in utile ed il maggiore numero di giocatori convocati in Nazionale. E, anche grazie a Kern, è stato uno dei club alla guida del “modello tedesco”, quel sistema di sviluppo dei settori giovanili che oggi sta dando grandi frutti. Qualche cifra: in Bundesliga, l’età media dei calciatori è passata dai 27,09 anni della stagione 2001/02 ai 25,17; nel torneo 2016, il 59,1 per cento dei giocatori era di nazionalità germanica, contro il 50 per cento del 2002/03, quando in media ogni squadra schierava sei stranieri.

Per capire meglio quello che è accaduto, basta osservare la fotografia della Nazionale tedesca ai Mondiali 2010, l’evento che ha mostrato al mondo i risultati di questo svecchiamento. Tra i giocatori in posa c’erano ben sei Under 21: Holger Badstuber, Toni Kroos, Jerome Boateng, Marko Marin, Mesut Özil e Thomas  Müller, che verrà premiato come migliore giovane del Mondiale. Senza contare uomini come Sami Khedira, all’epoca 23enne. Tutta gente uscita dai vivai della Bundesliga. Osserviamo anche un’altra foto, quella della Nationalmannschaft prima degli Europei del 2000. Tra i ventidue c’era un solo Under 21, Sebastian Deisler. Il centrocampista sorride, sembra orgoglioso per la convocazione. La felicità, però, durerà poco.

L’avventura dei tedeschi  finirà infatti malissimo: zero vittorie ed eliminazione al primo turno. Una Waterloo. La disfatta in Belgio e Olanda segnerà il nuovo inizio. «Bisognava ricominciare da zero – ricorda Kern – dare spazio ai ragazzi, seguirli di più». E la Federazione (Dfb), insieme alla Lega (Dfl), è ripartita alla “tedesca”: programmazione e regole precise, queste le chiavi della rinascita.  Innanzitutto è stato aumentato il numero degli osservatori federali (ora sono mille) che setacciano la propria zona di competenza alla ricerca di talenti tra gli 11 e i 15 anni. I più promettenti vengono convocati in uno dei 366 “Stützpunkte”, i punti di raccolta della Dfb dove vengono allenati in piccoli gruppi per migliorare tecnica e velocità. In provincia avviene la prima scrematura, poi entrano in gioco i club, che prendono gli elementi migliori nei Leistungszentren (i centri di formazione). Ogni società di Bundesliga e 2.Bundesliga (36 in tutto) deve rispettare i parametri imposti dalla Federazione: ottime strutture, allenatori sempre aggiornati, medici e fisioterapisti preparati, psicologi e insegnanti.

Peter Wenninger, allenatore dell’Under 14 del Bayern, che in uno dei sei campi vicino all’ufficio di Kern stava per affrontare l’Under 15 dell’Ulm, da me interpellato nel pre partite mi disse: «A questa età il risultato è relativo. A noi interessa migliorare tecnica, velocità e visione di gioco. Sfidiamo sempre squadre di un anno più grandi, così siamo costretti a puntare su queste qualità e non sulla forza fisica». L’Under14 giocava con il 4-2-3-1, come il Bayern dei grandi. I ragazzini faceno girare velocemente la palla, cercando di colpire sulle fasce, proprio come Müller e compagni. «Il gioco delle nostre formazioni è spiegato qui», aggingeva Kern indicando un libro azzurro sul tavolo. Il volume – la Bibbia del Bayern – illustrava le caratteristiche di ogni singolo ruolo e i movimenti che devevano fare i giocatori. Veniva consegnato ad ogni tecnico delle giovanili, che doveva seguire le linee guida di questa filosofia.

«Fino ai 13 anni – proseguiva Kern concludendo il nostro tempo a disposizione per l’intervista concessaci – tutti provano tutti i ruoli, compreso il portiere. I lanci sono vietati e non ha senso neppure fare esercitare bambini di nove anni sui colpi di testa. Solo dai 13 anni, iniziamo a parlare di posizioni».  Proseguivamo la ns visita non finendo mai di stupirci positivamente. Potevamo così vedere in successione tante opere d’arte “sportiva”. I campi perfetti, lo studentato con 15 posti letto, le palestre, il ristorante, il fan-shop e l’agenzia viaggi per i tifosi. Il centro sportivo del Bayern – con le sue vetrate e le rifiniture rosse – sembrava la sede di una multinazionale della Silicon Valley. Solo che invece di progettare nuovi social network, lì si sviluppano i futuri campioni. E questo a detta di molti non era il Leistungszentrum più all’avanguardia. Negli ultimi anni, infatti pareva che Leverkusen e Francoforte avessero fatto ancora meglio, perché la qualità vale parecchio. La Dfl ha istituito a questo proposito dei controlli biennali ai centri di formazione. Se ne occupa la Double Pass, una società belga, che assegna un giudizio da una a tre stelle. In base alla valutazione, le società  – escluse quelle che partecipano alla Champions – ricevono un contributo da investire nel settore giovanile. Una certificazione da tre stelle vale più di 300mila euro per una stagione. I soldi arrivano da una sorta di fondo di solidarietà, in cui la Dfl raccoglie una parte del denaro distribuito dalla Uefa per le qualificazioni alla Champions. E cosi il livello e la competizione sono aumentati. Poi ognuno investe altri soldi (il Bayern 7 milioni l’anno). Ci aveva detto Kern in precedenza :”I nostri osservatori selezionano prima di tutto bavaresi. Solo in una seconda fase guardano nel cortile del vicino o all’estero. Ma crediamo fermamente che fino a 15 anni i ragazzi debbano restare vicino casa».

Le domande che mi pongo sono queste :” Il modello tedesco a cui vogliamo ispirarci in questo momento sarà facilmente traducibile in realtà? Avremo il cambio di cultura necessario al raggiungimento di tale obiettivo? Saranno recuperabili gli indispensabili investimenti economici che occorrono per farvi fronte? Il movimento saprà avere quel coraggio e quel cambio della visione di sistema da cui sono partiti nel paese della Angela Merkel? La regia e la forza della Federazione saranno affidate a chi sia veramente in grado di promuovere la “grande riforma”?

Christian Galfrè
10 Dicembre 2017 alle 13:15
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