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Cronaca

Di caccia si muore sempre più spesso se si è esseri umani

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Di caccia si muore sempre più spesso se si è esseri umani
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La caccia uccide, ma non soltanto milioni di esemplari di mammiferi ed uccelli selvatici. Sempre più spesso lo stillicidio degli incidenti di caccia coinvolge mortalmente le persone, sia cacciatori stessi sia semplici fruitori degli spazi aperti in monti e campagne.

Purtroppo, presi singolarmente, gli omicidi colposi per uso irresponsabile da armi da caccia (come il fungaiolo ammazzato a Bardineto -SV il 22 ottobre , o genericamente il compagno di battuta, l’agricoltore al lavoro nei campi) vengono derubricati ad estemporanei episodi di cronaca nera.

Ma il fenomeno è in crescita preoccupante (siamo già a 12 morti e a una ventina di feriti a poco più di 5 settimane dall’apertura della stagione 2017/18) , specie a causa della diffusione delle cacce in “braccata” al cinghiale -con uso di segugi e tiratori appostati o in movimento- in ambienti boschivi con scarsa visibilità a media distanza.

Secondo la Lega per l’ Abolizione della Caccia (LAC) , l’incremento continuo del numero dei morti e dei feriti per incidenti di caccia trova terreno fertile anche in scelte sbagliate della Pubblica Amministrazione, che vanno tempestivamente corrette.

A questo proposito:
– non è più pensabile che esami di “abilitazione venatoria”, sostenuti presso le competenti commissioni provinciali o regionali, ove i componenti realmente esperti spesso scarseggiano, promuovano un così alto numero di persone poco responsabili, tale da far registrare un così scarso rispetto delle distanze di sicurezza da case e strade. Non dimentichiamo, peraltro, che un giovane con una licenza di caccia appena rilasciata può detenere un numero illimitato di fucili o di più potenti carabine (in termini di gittata e pericolosità), col solo obbligo di accompagnare un cacciatore più esperto per una sola stagione venatoria;
– la legge venatoria statale vigente, la n. 157 del 1992, nulla dice o vieta a proposito dell’esercizio della caccia in condizioni di nebbia o da parte di persone con un tasso alcolemico momentaneamente elevato;
– la riduzione del personale di vigilanza, seguita al pasticcio della ricollocazione forzata in altre amministrazioni del 20% degli agenti di polizia provinciale (D.L. “enti locali” del 2015), oltre che alla diminuzione degli agenti dell’ex CFS, dopo l’assorbimento nell’Arma dei carabinieri, ha influito anche sul numero dei controlli per il rispetto della distanza di 50 metri dalle strade e di 100 metri dalle case e dei luoghi di lavoro per poter esercitare la caccia;
– anche chi fruisce di boschi e campagne per puro passatempo incruento, come gli escursionisti, deve poter vagare in tranquillità senza subire l’invadenza delle squadre di “cinghiasti” e i rischi connessi ad attività praticate in periodo di ampia copertura fogliare;
– la caccia al cinghiale dovrebbe normalmente iniziare al 1 novembre, ma molte regioni si avvalgono della possibilità di anticiparne i periodi di svolgimento, quando i boschi di latifoglie non sono ancora spogli e la visibilità risulta minore;
– la caccia ” di selezione” a cervi, daini e caprioli, condotta da altane sopraelevate oggi può proseguire per un’ora dopo il tramonto, come sinora consente la legge nazionale per questa specifica pratica; questo rischio ulteriore andrebbe evitato;
– va abrogato l’art. 842 del Codice Civile, che consente l’accesso dei cacciatori nei fondi rurali privati anche contro il volere del proprietario, a meno che non vi sia una recinzione alta almeno 120 centimetri.

Lega Abolizione Caccia

Luca Berto
25 Ottobre 2017 alle 16:54
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