
Nella bellissima cornice di Arco di Trento, nel corso del Torneo B. Viola, all’interno dell’iniziativa denominata dagli organizzatori “Calcerò” a cui hanno preso parte volti noti del panorama calcistico nazionale, ho avuto l’occasione di conoscere meglio Pierino Fanna, uno dei cinque calciatori italiani (insieme a Giovanni Ferrari, Sergio Gori, Aldo Serena e Attilio Lombardo) ad aver conquistato lo scudetto con tre società differenti. Cordiale e disponibile come nel suo carattere, non ha voluto sottrarsi ad alcune domande rivoltegli dalla folta platea accorsa comprese le nostre.
Partiamo da qui. L’Atalanta manco a dirlo è in finale: cosa può dirci del suo passato con la Dea?
«Ricordo che sono arrivato a Bergamo da Grimacco (Udine) a soli 14 anni e che sono andato via a 19 anni, dopo tre stagioni di settore giovanile e due di prima squadra in Serie B. È stata un’esperienza importante ed ho grandissima riconoscenza per la società che mi ha lanciato e mi ha costruito. Prima come uomo e poi come calciatore, la linea di allora come quella odierna è sempre stata quella di trasmettere valori importanti e persone che mi hanno fatto crescere. In quell’Atalanta c’erano uomini come i Bortolotti, Brolis, Previtali e Morotti oltre ad allenatori come Magistrelli, Moro e Titta Rota. Veramente una palestra di vita».
Quali sono i ricordi particolari legati alle vicende di campo?
«Non ho fatto molti gol, lavoravo tanto sulla fascia. Il primo anno di serie B segnai una rete contro il Piacenza nell’ultima gara del 1975/1976, mentre nel settore giovanile con gli allievi arrivammo a giocarci per due volte il titolo italiano e, in particolare, quella finale persa contro la Juventus mi è rimasta proprio sullo stomaco. Non c’è un momento o un ricordo specifico, sono stati 5 anni bellissimi perché, grazie all’Atalanta, sono diventato calciatore e ho fatto quello che sono riuscito a fare nel calcio in carriera».
Qualche aneddoto?
“Eccola qui, la curiosità: ho giocato con Antonio Percassi. Nel giorno dello spareggio di Genova contro il Cagliari, 82 bus di tifosi bergamaschi al seguito, fu proprio lui a mettere al centro il pallone per la prima rete di Rocca”.
Ma com’era Percassi sul terreno di gioco?
«Il presidente Percassi in campo? Il classico stopper vecchio stile, badava molto al sodo e anche se qualche volta qualche finta non la capiva badava sempre al sodo ed era tremendamente efficace. Concentratissimo sull’avversario, una persona splendida sotto l’aspetto umano ed un compagno con cui ho condiviso belle emozioni: nello spareggio di Genova contro il Cagliari eravamo in campo assieme. Era il 29 giugno 1977, una grande vittoria firmata da Rocca e Scala nel giro di tre minuti».
Come è proseguita poi la sua carriera?
“Ero un’ala funambolica in grado di giocare sia a destra che a sinistra (così mi avevano costruito proprio sui campi di Zingonia) e per questo passai alla Juventus nel 1978. In carriera ho in seguito vestito anche le maglie di Inter e Verona e, proprio con i gialloblù, ho scritto una delle pagine più belle della storia dell’Hellas contribuendo in modo determinante alla conquista dello scudetto del 1984/1985( stagione dell’esordio in Nazionale proprio a Verona, contro la Cecoslovaccia, il 7 aprile del 1984). In totale, sono ben 5 i titoli italiani che conquistato: tre con la Juventus, uno con il Verona e uno con l’Inter di Trapattoni”.
Come è stato il suo ritiro dal calcio giocato?
“Mi sono occupato del settore giovanile veronese per diversi anni, per assumere con l’arrivo di Prandelli nell’estate 1998, il ruolo di secondo allenatore. Prandelli dopo aver ottenuto una promozione e una tranquilla salvezza, regalando un calcio offensivo e assai piacevole, ha lasciato la panchina del Verona in aperta polemica nei confronti della presidenza e decisi (sbagliando) di seguirlo a Venezia. Il nostro rapporto si è chiuso nel 2002 quando Cesare si è trasferito al Parma. Poteva consolidarsi meglio, la nostra partnership professionale, ma non è andata così. Diciamo che Verona ci ha unito e Venezia ci ha diviso. Come succede a tanti colleghi nel nostro ambiente… Oggi la mia attività è tranquilla e senza grosse pressioni. Mi prendo tutto il tempo che mi serve per godermi la vita e gestire le mie passioni. Ho fatto delle scelte e non sono più dentro al mondo del calcio anche se continuo a seguire tutto molto da vicino. Da alcuni anni lavoro per la Radio Ufficiale dell’Hellas Verona, commento le partite e seguo sempre le vicende dei gialloblù. Mi piace e mi diverto”.
Lo ha letto il bel libro di Furio Zara (‘Ma è successo davvero?‘) dedicato a quell’incredibile impresa dello scudetto veronese (Leicester docet)?
«Solo delle parti, ma devo dire che mi è piaciuto tantissimo. Quando Zara parla di me e della mia infanzia in particolare, ha davvero centrato il punto e ancora mi chiedo come sia entrato in possesso di certe informazioni… Ha fatto un lavoro giornalistico ragguardevole”.
Un ritaglio della memoria ex novo risalente a quel magico 1985 ce l’ha in testa?
«Più che un flash, un nome. Uno solo: quello di Bagnoli. Osvaldo fu un secondo padre per me; anche perché mi rigenerò nel periodo più difficile della mia carriera (1982 circa) e – con lui – vinsi per tre volte di fila il titolo di ‘miglior ala italiana’. E conta che in quel periodo c’erano anche Causio, Bruno Conti, il primo Donadoni, ecc. Un Mister così me lo sarei tenuto stretto tutta la vita. Invece mi accordai con l’Inter e, fin da allora, continuo a prendermi le mie responsabilità in tale operazione di mercato. Il successo ottenuto fu il parto della sua bravura mostruosa, del suo essere un po’ mister e un po’ psicologo. E poi avevamo due soli stranieri da gestire: i grandissimi Elkjaer e Briegel. Al giorno d’oggi te ne ritrovi minimo dieci/dodici per squadra e la faccenda si complica terribilmente…»
All’Inter, nel 1987, ritrovò in panca Giovanni Trapattoni che l’ aveva già allenato alla Juventus per cinque lunghe e contraddittorie stagioni.
«Il mio col Trap fu un rapporto di odio/rispetto reciproco. Io gli ho sempre dato tutto me stesso come giocatore, ma lui aveva la sua mentalità. Il suo ‘vestito giusto’ per ogni occasione. Dalla Juve non potevo muovermi per ragioni contrattuali ma, quando Trapattoni firmò per l’Inter, io diedi subito alla società milanese la mia disponibilità a trasferirmi altrove. Il Trap si oppose, mi disse che avrei giocato a lungo con lui. Solo che quando eravamo in vantaggio durante le partite, il primo che faceva uscire – per mettere dentro un mediano o un difensore aggiunto – ero sempre io!»
I Fanna – queste benedette ali che saltano l’uomo e creano assist al bacio – esistono ancora nel calcio moderno?
«Forse stanno lentamente tornando visto che oggi abbiamo gli Iturbe, i Candreva, i Cuadrado ecc. Gente che di suo apre le maglie avversarie ma che, per me, non sa giocare larga sulle fasce laterali. Saltare l’uomo lungo la riga bianca era una libidine in quegli anni ’80. Io, ad esempio, mi divertivo da matti…»
Nostalgia? Rimpianti?
“Nessuno. Il segreto è dare il meglio in quello che si fa, quando lo si fa, e accettare con serenità che ogni cosa ha un inizio e una fine. Io ho sempre fatto quello che volevo, sin da piccolo: ho stemperato le mie debolezze e le preoccupazioni grazie al calcio. Lo stop non è stato traumatico, mi sono distaccato pian piano. Mi mancano un po’ gli allenamenti, quello sì: ho il movimento nel dna, mi piace faticare. Ma appena posso scappo in Lessinia con gli sci di fondo o mi concedo una decina di chilometri di corsa, sul lungadige, fino alla diga del Chievo e ritorno”.
La riconoscono?
“Se tolgo il cappellino sì; i ragazzini mi chiedono ancora gli autografi. Fa piacere, mi è sempre piaciuto lavorare con i giovani. Sto pensando di aprire una scuola calcio, avrei voglia di educare i ragazzi attraverso lo sport, far capire loro che per raggiungere un obiettivo ci vogliono impegno e sudore. Ma se mi offrissero di spostarmi chissà dove per allenare, direi no. Ora la mia vita è più lenta, più serena, all’insegna di una frase che tanto mi piaceva, che quando l’ho sentita da qualche parte l’ho appuntata e che recita: ‘Non farti togliere la libertà. Perderesti dignità, serenità, onestà'”.