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Quel ragazzo che giocava guardando le stelle

Lo speciale Settore Giovanile del ct Vaniglia

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Quel ragazzo che giocava guardando le stelle
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“Unico 10”, la Curva Fiesole ha celebrato così il ritorno in società della “Luce”, Giancarlo Antognoni (classe 1954). E’ stata dedicata a lui la coreografia prepartita di Fiorentina-Juventus, giocata il 15/01/2017, nella cornice mozzafiato di un “Franchi” carico a mille.

Accanto alla scritta, una foto da giocatore in maglia viola, mentre in basso un lungo striscione con scritto: “Bentornato a casa: brillerà per sempre la tua stella“. Per l’ex capitano viola, ritornato a vestire i panni del dirigente viola dopo l’esperienza nella gestione “Cecchi Gori”, si è trattato di un esordio decisamente positivo in Serie A, con una vittoria (2 a 1) contro l’avversaria di sempre, cioé la Juventus. Per Antognoni il bilancio da dirigente gigliato è molto positivo, visto che la Fiorentina aveva vinto anche in Coppa Italia contro il Chievo.

Firenze riabbraccia così il “Bell’Antonio”. La notizia era ormai di dominio pubblico da settimane, ma è stato proprio Antognoni a renderla ufficiale. “Volevo augurare a tutti un buon 2017 – ha scritto sulla sua pagina Facebook -, per me inizia una nuova avventura con la Fiorentina e questo mi riempie di gioia, spero che insieme riusciremo a fare delle buone cose, io me lo auguro con tutto il cuore”.

Il suo sarà un compito di raccordo tra squadra e società, e dovrà curare le relazioni esterne del club. Alla causa gigliata garantirà impegno, passione e esperienza. Esperienza sia del mondo del calcio, ma soprattutto del mondo viola, perché giocare, allenare e amministrare in una piazza come quella di Firenze ha un significato diverso, specie per chi ha il giglio tatuato sul cuore. Per questo l’ex capitano è l’uomo giusto da cui ripartire: un ritorno al passato per un futuro più luminoso. Futuro che è già partito, di pari passo con la sua avventura.

Al recente Torneo B. Viola nel contesto dell’evento denominato “Calcerò” svoltosi nella suggestiva sale conferenze del Casinò di Arco di Trento invitato dal CT savonese Felicino Vaniglia ad esprimersi sul significato di “bandiera” e sui giovani del secondo millennio non ha esitato in virtù dell’amicizia che lo lega al selezionatore provinciale (che tra l’altro ha giocato per una stagione con la sua maglia visto che aveva avuto in dono una muta originale dismessa dalla Fiorentina nel 1975) a dire la sua competente opinione: “Certamente mi ritengo una bandiera della “viola”, società dove ho giocato per 15 stagioni e le bandiere, ovvero quei personaggi-simbolo che hanno legato un’intera carriera ad una maglia, creando quel processo di identificazione del tifoso nella squadra andato smarrito negli anni recenti, in oggi sarebbero da recuperare“.

Campione del Mondo nel 1982, idolo di una generazione cresciuta con i suoi colpi di genio l’ex grandissimo centrocampista ha poi toccato un altro punto di cruciale importanza provocato da un giornalista che gli ha chiesto: “Negli ultimi anni, argomento oramai noto, vi è stata una carenza di giovani nelle prime squadre. Secondo lei è solo da additare alla poca fiducia dei nostri allenatori, oppure può essere vista come un aspetto di natura tecnica in quanto, a causa della formazione poco basata su standard europei che ricevono i nostri ragazzi, questi non sono pronti poi quando si tratta di giocare tra i grandi?”.

“Devo dire che ultimamente c’è stato un miglioramento, con diversi giovani che sono riusciti a trovare spazio in squadre di Serie A e Serie B. Chiaro che il massiccio arrivo di stranieri ha penalizzato questo processo, però comunque mi sento di dire che lentamente le cose stanno cambiando. Gli allenatori pensano chiaramente più al risultato, quindi il giovane risulta essere penalizzato. Altro problema è il salto troppo grande che vi è tra settore giovanile e prima squadra: bisognerebbe trovare un escamotage, in stile Campionato De Martino a suo tempo, per permettere ai giovani di avere un passaggio intermedio e non trovarsi catapultati in un contesto drasticamente diverso da quello al quale erano abituati. Il modo migliore di fare calcio è investire sui giovani – ha concluso Antognoni – ma nella vita serve coraggio, e nel percorso di crescita di un ragazzo devi mettere in conto anche gli errori. Se si pretende tutto subito da un giovane di calcio ne capisci poco. Per avere risultati subito magari si punta sugli esperti, ma così facendo la società va in difficoltà a meno che alle spalle non ci sia una proprietà forte”.

Christian Galfrè
28 Marzo 2017 alle 17:42
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