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Roberto Nicolick racconta “L’orrore delle Foibe”

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La lunga fila di prigionieri, legati per i polsi tra di loro con del filo di ferro, risale a piedi scalzi il sentiero scosceso che port all’orrido in cima alla collina, i sassi feriscono i piedi dei poveretti che lasciano una lunga traccia di sangue, ma guai a fermarsi oppure a lamentarsi.

E’ notte, una gelida notte nell’immediato dopoguerra, una notte senza luna. L’orrido è profondo un centinaio di metri è conosciuto dagli abitanti del posto, come “foiba”, un termine derivato dal latino “fovea”, una ferita nella roccia ad andamento irregolare, largo alla sommità, stretto al centro e ancora largo al fondo, praticamente una clessidra, un inghiottitoio che in effetti inghiotte come un mostro insaziabile centinaia di persone, molte ancora vive.

In moltissime occasioni i partigiani di Tito, prima e soprattutto dopo, la fine della seconda guerra mondiale, vi trascinavano i loro prigionieri, come bestie al macello, solo perché di etnia Italiana, non importa se innocenti da qualsiasi colpa. I condannati non erano neppure fascisti, però facevano parte della struttura sociale e civile della Venezia Giulia e della Dalmazia, insegnanti, funzionari, finanzieri, carabinieri, militari, commercianti, sacerdoti, impiegati, andavano eliminati in vista della occupazione delle ex terre italiane.

I partigiani Titini perseguivano un perverso progetto di pulizia etnica, con grande efficienza e con odio criminale, che derivava da ordini superiori e da un sadismo senza precedenti, che non faveva provare loro alcuna pietà o rimorso per i gesti orrendi che compivano su questi poveretti. Nella foiba finivano tutti, purchè Italiani: uomini, ragazzi, vecchi, anche donne e giovinette che prima di essere gettate, generalmente subivano stupri di gruppo.

La fila di morituri, qualcuno seminudo, arriva al ciglio della foiba, di cui non si può scorgere il fondo perché è troppo profonda, qualcuno piange, i vecchi sono rassegnati, gli uomini ancora vigorosi forse hanno opposto una qualche resistenza perché hanno il viso tumefatto reso irriconoscibile dalle violente percosse degli aguzzini Titini.

Alcune donne singhiozzano a capo chino, anche a loro hanno legato i polsi con il filo di ferro, lo hanno stretto con le pinze e il cavo è penetrato nella carne provocando dolori lancinanti, ma è ben poca cosa rispetto a quello che queste donne hanno dovuto subire dalle bestie in divisa Titina.

Se qualcuno cade sul sentiero, viene prontamente afferrato e trascinato in alto , verso la fine vicina. Appena il primo dei condannati giunge al bordo dell’inghiottitoio, i partigiani comunisti, urlano tutto il loro odio nel dialetto gutturale, imbracciano i loro fucili mitragliatori e sparano a raffica sull’inizio della fila. E’ un gesto preciso che ha uno scopo: i primi cadono nel vuoto e trascinano nell’orrido tutti gli altri che sono ancora vivi e che subiranno traumi mortali cadendo sul fondo del burrone, dopo un volo di decine di metri. Corpi vivi con corpi morti, legati fra di loro, in un tragico impasto di di morte e poi di decomposizione. Uno dei boia Slavi, sghignazzando estrae una granata, toglie la sicura e la fa cadere in basso, dove si trova il mucchio di corpi. L’esplosione finisce dei feriti, smembra altri corpi, seminando altro dolore e disperazione, urla di agonia salgono verso il cielo.

Ma non è finita, la strage diventa pantomina, questi assassini Slavi sono stati contadini e vivono delle loro arcaiche superstizioni, portano con loro una carogna di un cane, rigorosamente nero e lo gettano sul fondo sul cumulo di corpi. Questa bestia , nel loro immaginario, deve fare la guardia alle anime degli uccisi e impedire che risalgano a perseguire i loro truci assassini.

Questi omicidi di massa sono avvenuti, con le stesse modalità, centinaia di volte a Basovizza, Monrupino, Barbana, Beca, Brestovizza, Opicina, Casserova, Cernizza, Cocevie, Obrovo, Jurani, Ladruichi, Pucicchi, Odolina, Semich, Treghelizza, Vines, Zavni , ecco le località tristemente famose in cui si consumò l’infoibamento di almeno 16 mila persone, in una contrada sventurata, che all’epoca dei fatti era intimamente Italiana e da qualche decennio è diventata terra straniera , alienataci da ingiusti trattati condizionati dalla logica della Realpolitik.

Migliaia di Giuliani e Dalmati, dopo aver visto e provato questo abominio sanguinario, fuggirono dalle loro case, abbandonando tutto, per non fare la fine bestiale degli infoibati o, nella migliore delle ipotesi, essere inglobati in un sistema politico , quello Titocomunista, che negava ogni libertà anche quella più elementare.

Roberto Nicolick

Luca Berto
9 Febbraio 2017 alle 17:46
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