
“L’insegnamento dei semplici gesti tecnici è la base per la crescita dei giovani atleti“. Si comincia da qua per Saby Mainolfi autore di “L’Osservazione calcistica di settore giovanile” (2014) e coordinatore dell’attività di base dei ragazzi della Juve Stabia (la società campana che l’anno scorso ha conteso al Savona il passaggio per la qualificazione alle final eight della categoria Allievi) a far maturare il talento.
Spesso si parla poco dei baby e di ciò che fanno le società calcistiche per farli crescere al meglio, ne abbiamo parlato per questo motivo, durante il nostro tour nell’hinterland partenopeo, con un istruttore dei più piccoli, un tecnico preparato e una persona squisita, una figura competente che tra i vivai del calcio italiano viene molto apprezzato per le sue capacità lungimiranti sui giovani calciatori.
Nel mondo di oggi tanti ragazzi sognano di diventare calciatori “ricchi e famosi”, come si fa a riconoscere se in qualcuno ci sono le doti per il successo?
“Credo che sia molto difficile prevedere se un ragazzo diventerà ‘ricco e famoso’, poiché nel cammino sportivo ci sono sempre imprevisti. La base per creare un calciatore di domani, nella mia modesta idea, si trova nei semplici gesti tecnici, quali il passaggio, la ricezione, il dribbling, il tiro : vale a dire nel bagaglio personale. Dopo, nella formazione psico-fisica subentreranno gli imprevisti, ed in quella fase se il calciatore avrà la fiducia in se stesso e la sua motivazione lo aiuterà a credere in sé e a superare tutti i dubbi e le paure quando gli si presenteranno gli ostacoli, forse con un po’ di fortuna e tanto sacrificio, potrà diventare ‘qualcuno'”.
Sappiamo che preferisce il calcio fantasia al calcio muscolare; non si trova in difficoltà in un mondo sempre più volto al fisico?
“Personalmente no! Il mio ruolo è rivolto alla formazione dei ragazzi dell’attività di base; in questa fase il ragazzino quando è in campo ha solo voglia di superare il suo avversario con piu’ fantasia possibile e noi addetti abbiamo l’obbligo di dare a questa fantasia un giusto sfogo e riuscire a metterla a disposizione del collettivo”.
A differenza di altri paesi Europei, in Italia i giovani che riescono ad esordire nei club professionisti lo fanno ad una età mediamente maggiore, perché?
“Credo siano svariate questioni. La prima bisogna ricercarla nella società civile. L’Italia sta attraversando un periodo di crisi, manca il lavoro e tanti piccoli talenti vengono bruciati indirettamente dai propri genitori che, vedendo in loro una fonte per approdare ad una qualità di vita diversa, consegnano i ragazzini in mani sbagliate. Mi è capitato molto spesso che per visionare un bambino di 12 anni, avrei dovuto parlare con ‘il procuratore’. E poi, credo che in Italia a differenza di altri paesi come Spagna, Inghilterra, Olanda, Germania, ci siano più procuratori che giocatori, e il grande sbaglio delle società professioniste è stato quello di dare agio a queste figure, che oggi si sostituiscono anche agli osservatori, proponendo di continuo calciatori, che nel tempo non dimostrano nessun valore per poter esordire nel calcio che conta”.
Questa è una considerazione forte, diciamo che non predilige la figura del procuratore?
“Assolutamente si, ne ho avuti da calciatore e apprezzo i sacrifici che alcuni di loro fanno quotidianamente nel mondo calcistico, ma sottolineo che la loro importanza deve subentrare qualora un calciatore si appresta a diventare maggiorenne, nel momento in cui si contrattualizza con una società professionistica, il procuratore a partire dalla sua conoscenza delle norme, è il garante dei rapporti a tutela del calciatore; ripeto è sbagliato che un procuratore diventi talent scout“.
Tornando al calcio giovanile, il movimento campano come lo considera?
“È una risposta di parte, in quanto mi vede protagonista. Scherzi a parte, diciamo che siamo la regione che risaputamente cresce più talenti. Abbiamo tante società professioniste: Napoli, Avellino, Salernitana, Benevento, Juve Stabia, Casertana, Ischia, Paganese, di conseguenza sono tantissimi i ragazzini che sono impegnati nei campionati nazionali di settore. Sarebbe bello che tra le società si mettesse da parte un po’ di rancore e si navigasse tutti nella stessa direzione. Vorrei che il Napoli in ambito di Champions League negli anni potesse diventare tipo Atlethic Bilbao, cioè con 24 giocatori campani in organico; le persone con cui mi confido, mi dicono sempre che sogno, ma non si sa mai che i sogni diventino realtà”.