
In questi giorni in cui si è accesa una discussione sull’opportunità di imporre una tassa di soggiorno ai turisti pubblichiamo la riflessione di un albergatore che è contrario a questa ipotesi.
Il turista porta ricchezza: perché tassarlo? Il turista in verità è un generatore di ricchezza. Più turisti ci sono più aumentano le entrate delle imprese e quindi del Comune.
1. Le tasse nel sistema italiano sono già altissime. Il fatto è risaputo, il nostro Paese è quello in Europa con il maggior peso di tasse. L’obiettivo di tutti è la detassazione e l’Imposta di Soggiorno va controcorrente perché, alla fine, di tassa si tratta, come tale è vissuta dai consumatori/turisti e dalle aziende.
Negli stati europei dove l’Imposta di soggiorno è applicata la pressione fiscale, è dal 20 al 40 % inferiore che in Italia. In molti stati europei l’iva sulla prestazione alberghiera è inferiore a quella italiana. In Francia il 7% contro il nostro 10%
2. Il turista porta ricchezza: perché tassarlo? Il turista in verità è un generatore di ricchezza. Più turisti ci sono più aumentano le entrate delle imprese e quindi della Provincia. Investire sull’attrazione turistica e quindi sul sistema turistico, vuol dire investire su un’economia che è data da tutti gli indicatori in crescita e dalla potenzialità non ancora del tutto espressa. Tassare il turista dunque, è come far pagare un consumatore solo per il fatto che entra in negozio.
3. Le spese del turismo sono pagate, come in qualsiasi altra economia, dalle tasse dirette e indirette pagate dalle aziende di settore.
I dati forniti dalla Pat stimano l’incidenza della domanda turistica intorno al 28% della spesa complessiva, nel 2013 il valore aggiunto stimato, quindi nuova ricchezza, è stato pari a 1.441 milioni di euro, di cui il 74% deriva dalla produzione diretta, ossia dall’attività diretta degli operatori.
Con questa ricchezza abbondantemente si coprono le spese che l’ente pubblico può far risalire specificatamente al turismo. Aggiungere altre tasse è iniquo rispetto a qualsiasi altra economia che rende molto meno ma costa molto di più.
4. Perché non è vero che la imposta sia pagata dal turista. In linea teorica l’imposta è pagata dal turista. In via pratica non è così. E’ provato che nel giro di qualche esercizio l’imposta viene inglobata nel costo dell’hotel per una serie di motivi pratici e gestionali del servizio.
Far pagare in contanti, per non avere anche spese d’incasso visto che oramai la stragrande maggioranza dei turisti paga con carta di credito, risulterà problematico oltre che costituire una richiesta indelicata verso chi ti sta saldando un conto certamente di una certa dimensione. Per cui dopo un inizio dove ci si sforzerà a farlo, si preferirà non fare più la distinzione fra prezzo e imposta di soggiorno. Questo inciderà comunque sulle tariffe e in definitiva sui costi alberghieri.
5. Il principio: far pagare il consumatore, la nuova tassa sul pane. I sostenitori dell’imposta di soggiorno sostengono che a pagare, in fondo, è il turista, quindi il consumatore. Secondo questo principio quindi si potrebbe far partecipare altri settori al sostegno della spesa turistica, settori che grazie al turismo, sia per consumo diretto che per immagine, incrementano i loro affari. Quindi perché non applicare 10 centesimi di imposta per ogni bottiglia di vino, chilo di mele, chilo di formaggio prodotto in Liguria ? Tanto, paga il consumatore!
6. Perché i clienti delle strutture ricettive non sono considerati consumatori e come tali tutelati. L’aumento dei costi delle merci e dei servizi generalmente è monitorato con attenzione per tutelare i consumatori. Per l’aumento di 50 centesimi di un chilo di carciofi si sono riempite pagine di giornali. Per l’applicazione dell’imposta di soggiorno che comporta un maggior costo della vacanza del turista/consumatore, non ci si pone il problema. Forse qualcuno pensa ancora che il turismo sia una pratica per ricchi e non un bisogno sociale.
7. Le motivazioni spicciole dei sostenitori dell’Imposta. Molti sostengono l’applicazione dell’imposta con il fatto che “c’è dappertutto”. Ebbene, nel 2013 risulta che solo il 6,4% dei Comuni italiani ha applicato l’imposta. All’estero c’è in alcuni stati, ma non in tanti altri, come Inghilterra, Irlanda, Malta, Portogallo, Svezia, Finlandia, Danimarca, Spagna (ad esclusione della Catalogna).
Giovanni Argento
Hotel Rio Finale Ligure