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Demetrio Albertini: “Per valorizzare il vivaio italiano occorrono urgenti riforme”

Lo speciale Settore Giovanile del ct Vaniglia

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Demetrio Albertini: “Per valorizzare il vivaio italiano occorrono urgenti riforme”
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«Solo uno su un milione riesce a diventare calciatore professionista». Ne è convinto Demetrio Albertini, come aveva dichiarato durante l’incontro con i ragazzi del master de Il Sole 24 ore a cui era intervenuto a sorpresa anche il portiere della Roma, Morgan De Sanctis. Meritocrazia nel calcio e gestione societaria, questi i temi che stanno più a cuore all’ex vicepresidente Figc sconfitto da Tavecchio nella corsa alla poltrona.

Lui che il calcio l’ha vissuto ai massimi livelli, ma si è seduto anche dietro la scrivania di Via Allegri, vorrebbe per l’Italia un calcio diverso: «Il problema sta sia a monte sia a valle. I problemi ci sono in serie A come in serie B e in serie C». Di ritorno da esperienze all’estero, Albertini si è mostrato ultimamente molto aperto a nuove idee anche piuttosto rivoluzionarie per il calcio italiano: «Compriamo i giocatori delle seconde squadre spagnole, senza valorizzare il vivaio delle primavere italiane. Soltanto l’1,3% dei ragazzi riesce ad emergere come professionista. Senza tener conto di tutti quei giocatori illusi dalle società fino ai 23-24 anni che si ritrovano sempre più spesso declassati sui campi dell’Eccellenza».

Albertini ha cercato di ammodernarlo il calcio, ma non ha trovato una grande accoglienza, soprattutto per le idee più innovative e meritocratiche. «Ciò che servirebbe in Italia è un campionato effettivo, affiancato a uno di preparazione, la cosiddetta seconda squadra. Si comprende come sia impossibile concepire un’idea così rivoluzionaria in un calcio italiano sempre più individualistico, in cui far saltare una partita ad un titolare sarebbe la fine del mondo».

Con un piede nel glorioso passato milanista e uno in quello più recente di dirigente FIGC, Albertini non smette di sperare nel futuro e nella competitività tricolore: «I limiti del nostro sistema derivano anche da una cattiva gestione delle risorse da parte dei presidenti. Importanti per la squadra sono i premi, quelli collettivi però. I premi individuali rischiano di marcare ulteriormente la specificità del calcio».

L’ex Milan confida: «Oggi la società più organizzata è la Juventus. Non sono importanti solo i soldi, ma anche la stabilità societaria».In una recentissima lunga intervista Tuttosport ha dato voce a chi da tempo sostiene la necessità di introdurre questa novità. Albertini è partito da una premessa: “prima degli Anni 90, della legge Bosman e della libera circolazione all’interno della Ue, gli stranieri erano “solo” tre e i campionati professionistici – serie A, B e C – erano sinergici: i giocatori crescevano gradino per gradino e si comprava all’interno di questo mercato valorizzando i nostri giovani. Non è un caso che in quel periodo le nostre squadre avessero, a vari livelli, raggiunto i vertici europei: la Juventus e il Milan, ma anche il Napoli, la Samp, il Torino e perfino l’Atalanta. Eravamo il campionato di riferimento. All’ultima edizione del Pallone d’Oro, in platea c’era una dozzina di top player che avevano giocato da noi all’epoca. Sul palco, invece, solo Pogba…”.

Gli viene chiesto: Non è che forse ci mancano i talenti?
«No, non è vero! Magari non ci sono i fenomeni, ma i talenti non saltano le generazioni. Il fatto è che manca un certo tipo di formazione: a parte i Baresi o i Maldini tutti, al Milan, passavamo un anno in B o in C. Da 10 anni ci sono regole che obbligano in Lega Pro a far giocare i giovani per ottenere i contributi. E poi, francamente, non ce ne sono in giro così tanti bravi da poter giocare titolari. Lo sport è meritocrazia: deve giocare chi lo merita».

Invece diventano “carne da contributi”…
«Prima i giocatori uscivano dalla Primavera e avevano 5 anni di contratto, ora molti vengono lasciati liberi e, poi, sono tesserati da società di Lega Pro che li bloccano solo per un anno perché hanno la “classe di età giusta”. Questi ragazzi diventano un mezzo per intascare i contributi e non un valore per il nostro calcio. E in più così si falsano i campionati. Prendiamo la Salernitana: l’anno scorso voleva vincere il campionato e non ha fatto giocare i giovani perché poteva permettersi di non prendere i contributi per la valorizzazione. Vede? La potenzialità economica è già una discriminante».

L’alternativa sono le multiproprietà sostenute da Claudio Lotito.
«Dobbiamo chiedergli se abbia lo stesso obiettivo di crescita generale del calcio. In Lega Pro la Salernitana non ha schierato alcun giovane, in assoluto sono stati “girati” 15 giocatori della Lazio e nessuno è ritornato. La sua è una finalità imprenditoriale e amministrativa. Lotito ragiona da imprenditore, non per l’interesse del calcio. Sono visioni differenti».

Qualcuno, in Lega Pro, potrebbe temere la “colonizzazione” da parte dei grandi club proprietari delle seconde squadre…
«Ma è esattamente l’opposto! Con le seconde squadre, la Lega Pro diventerebbe l’università del calcio e, in più, i club “esterni” non avrebbero diritto di voto. Cosa che, invece, hanno i presidenti in regime di multiproprietà. E poi si eviterebbe anche questo spettacolo di presidenti affannati per far la spola da uno stadio all’altro, da una assemblea di Lega all’altra…».

In Spagna e in Germania le hanno, in Inghilterra c’è il campionato riserve: i dati danno loro ragione?
«Giusto, lasciamo da parte le questioni politiche e parliamo di numeri, visto che su quelli non si può barare. Cominciamo dall’età media dei giocatori delle Nazionali: Spagna 26, Germania 25.5, Inghilterra 25.7, Belgio 26.2, Francia 27.5 e Italia 27.9. A questo aggiungiamo che il nostro è il campionato con l’età media più alta d’Europa e quello con la squadra più vecchia: il Chievo, con 30 anni di media. Ma questi dati, da soli, non bastano a spiegare la nostra crisi d’identità. L’esperienza, per esempio, si valuta dal numero di partite giocate ad alto livello in Europa con i propri club. Ebbene, i nazionali di Spagna ne hanno giocate 60, quelli di Germania 44, di Francia e Belgio 40, noi solo 34.5. Più anziani e con meno esperienza…».

E sul fronte interno?
«Anche lì ci sono dei problemi, se è vero che nel nostro campionato si arriva al traguardo delle 100 partite con 26 anni e negli altri due anni prima. In Germania i settori giovanili producono il 14 per cento dei giocatori della Bundesliga, in Spagna il 24 per cento della Liga. Da noi appena l’8,6 : solo la Turchia fa peggio. E stiamo parlando di giocatori dal valore enorme. Pensate al riflesso sulle Nazionali: la Spagna, tranne Piqué e Fabregas, ha tutti giocatori che arrivano dalle seconde squadre, la Germania ne ha “solo” 18 su 23. E poi la palestra per gli allenatori: Guardiola, il compianto Vilanova, Luis Enrique arrivano tutti di lì».

Non sembra esserci un solo motivo per non farle…
«Usciamo dall’equivoco: chi blocca le seconde squadre non ha interesse per la crescita del calcio italiano e del mercato interno. Così come ora, la B e La Lega Pro sono solo il ripiego per gli esuberi. Senza dimenticare che le seconde squadre suscitano interesse e creano identità: ricordo l’entusiasmo per la Primavera del Torino nella Youth League; a Barcellona è uno dei cardini della elezione presidenziale, soprattutto ora che il Barcellona B è retrocesso in serie C! Sì, io sono favorevole al loro coinvolgimento nella classifica, ma su questo si può discutere: in Spagna “fanno classifica” e in Germania no».

L’importante è che si facciano…

Christian Galfrè
17 Agosto 2016 alle 14:00
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