
[thumb:9274:l]Savona. Renato Rinino sarà sempre ricordato come il ladro gentiluomo che beffò Buckingham Palace. E’ ancora viva tra i savonesi la memoria dell’Arsenio Lupin che nel 1994 riuscì rocambolescamente a rubare alcuni gioielli al principe Carlo d’Inghilterra. La sua tragica uccisione per motivi di gelosia, con un colpo di pistola alla tempia per mano dell’amico Agostino “Yuri” Scalise, rimane tra i più noti delitti della Liguria contemporanea. Mancano pochi giorni al quinquennale dell’omicidio del popolare “Rinin” e un nostro lettore, Maurizio Triolo, ha voluto affidarci un personale ricordo del principe dei ladri savonesi, che pubblichiamo di seguito.
«Sono un savonese che da diversi anni si è trasferito in Puglia e utilizzo molto spesso IVG.it per tenermi aggiornato sugli eventi della mia città di origine. Da quando vi ho scoperto devo dire che non posso fare a meno di farvi visita ogni volta che mi collego alla rete anche perché mi aiutate, con le vostre notizie, a rendere meno dolorosa la nostalgia che continuo a provare per i miei luoghi di nascita. Ho deciso di scrivervi per un motivo che forse potrà suscitare qualche polemica ma ho sentito il bisogno di farlo e sono pronto ad accettarne le conseguenze: voglio spendere qualche parola per ricordare una simpatica canaglia.
Nell’ottobre del 2003 ci lasciava Renato Rinino, il principe dei ladri, di quei ladri in via d’estinzione, che pur restando autori di crimini condannabili, non sono peggiori di quanti truffano o sottraggono beni altrui in altro modo. Renato era un semplice ladro, non era il proprietario della Parmalat o di altri imperi che hanno fatto piangere migliaia di persone, ma con il suo sorriso riusciva a farsi perdonare anche da chi non lo avrebbe mai fatto. Era diventato famoso dopo aver derubato la famiglia Reale Britannica di una parte dei gioielli. Della sua prima apparizione televisiva ne andava fiero e con quella sua aria da mascalzone un po’ spaccone era riuscito a diventare l’Arsenio Lupin dei giorni nostri. Il clamore suscitato da questo evento aveva concentrato su di lui l’attenzione di molti, era riuscito a guadagnarsi quello scampolo di popolarità dopo anni di “onorata” professione e forse sarebbe bastato questo.
Avevamo giocato insieme qualche partitella a calcio nel campetto vicino a casa sua, nel quartiere di Piazzale Moroni, una frequentazione nello stabilimento balneare e qualche incontro casuale come con molti altri. Dopo il mio trasferimento da Savona ebbi occasione di incontrarlo solo durante le mie rimpatriate, come suo solito mi chiamava per salutarmi anche quando non mi accorgevo della sua presenza. Era fatto così: si poteva amare, odiare, ma questo era Renato. Una sera mentre passeggiavo nella darsena del porto, mi sentii chiamare: era lui, con il sorriso di sempre mi venne incontro per salutarmi. Sarebbe stata l’ultima volta, dopo pochi giorni ci avrebbe lasciato. Appresi dai giornali che aveva in progetto di aprire un locale nella zona del porto e che l’amministrazione comunale lo avrebbe aiutato; sono sicuro che con i suoi modi avrebbe saputo gestire egregiamente questo tipo di attività e forse sarebbe stata una buona occasione per chiudere con il passato.
Non me la sento di santificare una persona che aveva scelto di vivere questo tipo di vita e voglio solo ricordarlo come un simpatico mascalzone, aggettivo difficile da usare con chi conduce esistenze del genere, ma essendo ormai abituato a leggere o ascoltare notizie su quanto accade quotidianamente, questa realtà mi fa rimpiangere personaggi come lui che in fondo riuscivano a suscitarmi una moderata tenerezza. Forse sentiva che la sua esistenza sarebbe stata breve e allora aveva deciso di viverla il più intensamente possibile, con incoscienza, paura e tutto quanto avrebbe potuto procurargli emozioni forti, in contrasto con quella sua risaputa disponibilità e generosità che lo rendevano unico.
Sono sicuro che con il suo sorriso e quell’aria da mascalzone che non lo hanno mai abbandonato sarà riuscito a farsi perdonare, dove si trova adesso, quelle azioni che sicuramente molti di noi hanno commesso ma senza diventarne mai veri professionisti».
Maurizio Triolo