Savona. Lenz Rifrazioni, formazione di ricerca tra le più rigorose e visionarie dello scenario teatrale contemporaneo, presenta, sabato 23 agosto presso il Palazzo del Commissario della Fortezza Priamar, all’interno del Festival Prototipo di Savona, le performances Rc_Daphne (ore 21,30) e Rc_Io (ore 21,45), paragrafi conclusivi di Radical Change, traduzione visiva, filmica, spaziale, sonora delle Metamorfosi di Ovidio, l’ultimo progetto performativo prodotto da Lenz Rifrazioni, creazione e regia di Maria Federica Maestri e Francesco Pititto, elaborazione musicale di Andrea Azzali.
Nella serata di venerdì 22 agosto verranno invece proiettati alcuni paragrafi in video di Radical Change, Pyramus x Thisbe, Hecuba, Phile & Bau e Narcissus, realizzati da Francesco Pititto ed ispirati alle storie mitologiche narrate dal poeta latino Publio Ovidio Nasone. Appendice del Festival venerdì 5 settembre presso la prestigiosa Galleria d’Arte Moderna GAM di Genova Nervi verrà presentata una rassegna video relativa al progetto Radical Change. L’anima video del progetto verrà messa in risalto da alcune proiezioni che troveranno il perfetto incastro artistico all’interno degli affascinanti spazi del GAM di Genova.
Segmento neobarocco nell’ultima iconostasi performativa di Lenz Rifrazioni Daphne, interpretato dalla performer Valentina Barbarini, è un’inflessione plastica sull’identità geometrica del corpo virginal, intatto, puro. La giovanetta senza sangue prende forma dalla silhouette della performer stessa, creando in doppia cadenza volumetrica una sagoma-figurina composta da un mosaico di legni residuali, che misurano pochi centimetri. La materia lignea, di sostanza vegetante, aspira a diventare nuovo e vero corpo sprofondando dentro l’attrice come opera metamorfica di estremo impatto fisico. Il corpo di Daphne, a cui è rimasto solo il contatto con la materia, diventa per un attimo eterno e potente quanto il legno.
Se la drammaturgia si fonda sul rapporto esclusivo ed unico con la materia-legno, i gesti e le micro-azioni sacrificali sono strutturate in un ambiente scenico estremamente semplificato: la giovane ninfa bionda iconica, memoria delle giovani donne dei film di Godard, entra in scena con una valigetta maschile che conserva al suo interno, come un documento segreto, la preghiera che rivolgerà al padre Peneo per sfuggire al desiderio amoroso di Apollo. Le sue mani, già pronte alla preghiera, costruiscono tramite i pezzetti di legno un altare corporeo per annunciare l’imminente atto metamorfico che le sarà presto concesso. Sola nel boschetto urbano in cui vive eterna, Daphne ubbidisce all’unica estasi dei suoi zoccoli ortopedici, e supplica che la sua adolescenza sia un’eclampsìa senza tempo.
Io è interpretato da Sandra Soncini, performer storica di Lenz Rifrazioni e straordinaria protagonista della trilogia faustiana. A partire dagli anni novanta l’attrice ha attraversato artisticamente le maggiori drammaturgie esplorate dalla compagnia di ricerca, incarnandone con massimo rigore l’estremismo espressivo. La metamorfosi della ninfa Io, oggetto delle attenzioni amorose di Giove e trasformata dal dio in giovenca per celarla agli occhi della moglie Giunone, viene ricreata attraverso una dettagliata riflessione materica sul concetto di corpo mistico. L’identità del corpo sacro si definisce nell’esaltazione di un’estasi ipertrofica, una formosità liturgico-patalogica che si imprime nella pagina di fango e sabbia su cui lasciare la propria impronta corporea. Fondandosi sull’eccesso di dinamicità (la corsa senza sosta a cui è costretta Io dalla rabbia di Giunone) il movimento performativo si compone in una sollecitazione gastrica continua pungolata incessantemente dall’impellenza del suo contrario. La serialità di un contenitore di carne “Simmenthal”, involucro identitario della vacca, visualizza iconicamente il passaggio metamorfico da corpo umano ad corpo animale. Sprofondando in un’estasi religiosa il muggire lacrimevole della vacca aspira ad un colloquio intimo con un divino che non appare.
I due giovani babilonesi Pyramus e Thisbe, che si amano contro il volere delle loro famiglie, sono costretti a parlarsi attraverso una fessura che si apre nell’alto muro che divide le loro case. Nella storia dei due amanti non esiste la metamorfosi dei corpi, non si compie il miracolo mitico: essi chiedono solo che rimanga un segno cromatico della loro sofferenza, il gelso che si macchia del loro sangue diventerà di colore nero. La forma metamorfica di Hecuba, la regina che si trasforma in cagna, viene elaborata nel doppio regno umano e bestiale. Barbara Voghera dialoga in video con una vecchia cagna malata.
Nel video di Phile & Bau attraverso il contrasto cromatico del bianco e nero viene descritta un’opposizione visiva tra dentro e fuori, tra la caducità e la fragilità di vite giunte in età avanzata e gli spazi aperti, tra i rami di un glicine che simboleggiano l’unione finale dei due amanti. Narcissus, figlio delle acque e giovane di straordinaria bellezza ha respinto la ninfa Echo, si affaccia ad una sorgente, scorge la propria immagine e se ne innamora irremediabilmente. Nella piena autonomia del video di Francesco Pititto il linguaggio del corpo ridotto, rifratto e riflesso di questa metamorfosi assolutizza la passione di ciò che manca, l’irraggiungibilità del sé.