
Borgio Verezzi. Nell’ottobre del 2009 aveva svuotato i magazzini della sua ditta, prosciugato i conti e poi era sparito nel nulla fuggendo in sudamerica. Questa mattina l’imprenditore Fulvio Appendino, titolare dell’omonima ditta, poi dichiarata fallita nel 2010, che aveva sede in regione Bottasano a Borgio Verezzi, è stato condannato a tre anni, otto mesi e 15 giorni di reclusione per bancarotta, occultamento e distruzione di scritture contabili e alcuni episodi di insolvenza fraudolenta.
Una pena meno severa rispetto alla richiesta del pm Vincenzo Carusi, che aveva chiesto una condanna a cinque anni, undici mesi e quindici giorni, dopo aver riqualificato le accuse di truffa nel reato di insolvenza fraudolenta. Anche il difensore di Appendino, l’avvocato Luca D’Angelo, nella sua arringa ha sostenuto come l’accusa di truffa non sussistesse configurando l’eventuale inadempimento da parte dell’imprenditore in ambito civile e non penale.
Appendino, che dal 2009 è latitante, secondo la Procura era responsabile del crac finanziario della sua azienda, che operava nel settore del commercio di detersivi e prodotti di carta per strutture turistiche e imprese.
La notizia della “sparizione” di Appendino (che secondo gli inquirenti si è rifatto una vita in Paraguay, il paese d’origine della sua convivente) aveva destato molto scalpore soprattutto per le modalità con cui era avvenuta: da un giorno all’altro infatti l’imprenditore aveva svuotato il magazzino, gli uffici e i conti correnti facendo perdere le sue tracce. Una fuga che sarebbe stata ben pianificata: gli investigatori avevano ipotizzato che, all’inizio del 2009, l’ideatore del crac avesse acquistato dai fornitori un ingente quantitativo di materiale senza pagarlo per poi rivenderlo nel periodo da giugno a settembre e intascare i profitti.
Dopo la denuncia di alcuni fornitori che non avevano ricevuto il pagamento delle fatture era scattata l’inchiesta della Procura che aveva ricostruito la situazione patrimoniale e finanziaria della ditta e contestato la bancarotta fraudolenta per il suo amministratore che avrebbe lasciato un “buco” da diverse centinaia di migliaia di euro.