
Emiliano Mondonico (Rivolta d’Adda, 9 marzo 1947) è un grande allenatore di calcio ed è stato un ottimo ex calciatore italiano, di ruolo ala. In veste di mister ha ottenuto 5 promozioni in Serie A con Cremonese (1983-1984), Atalanta (1987-1988 e 1994-1995), Torino (1998-1999), e Fiorentina (2003-2004).
Attualmente fa con merito l’opinionista in varie trasmissioni calcistiche della Rai tra cui Sabato Sprint. E’ stata molto apprezzata recentemente (5 febbraio) la sua visita al Monza in qualità di ambasciatore e portavoce dello Sport in Oratorio, accompagnato dal Presidente Nazionale del CSI Massimo Aghini che lo ha presentato alla squadra biancorossa.
Dopo aver introdotto i valori che contraddistinguono il CSI, proiettando alcuni filmati che hanno fatto molto riflettere i presenti, Mondonico ha sottolineato quanto sia importante educare alla vita attraverso lo sport. Da sempre coinvolto in iniziative di solidarietà, è oggi infatti divenuto il coach di una squadra di ragazzi che hanno avuto problemi di alcolismo; ai giocatori del Monza ha raccontato le sue esperienze calcistiche e soprattutto di vita vissuta, coinvolgendo emotivamente la platea e portandola a meditare su quella che è l’importanza sociale di un calciatore e quanto questo può incidere sulla sua vita e su quella del suo prossimo. Una vera lezione di vita.
“Il primo proposito: girare alla larga dagli slogan – ha detto -. Il secondo è quello di aprire un dibattito. L’Italia del pallone e il ranking europeo, stanno vivendo gli anni più depressi della loro lunga storia. Ora è tempo di passare all’azione. Per risorgere. Il nostro laboratorio, vuole offrire spunti per un contropiede totale, che spinga tutto il movimento oltre la crisi. Si parte da cinque idee essenziali con la speranza che l’iniziativa trovi terreno fertile. Cosa non va nel nostro calcio? E come possiamo cambiarlo? Sotto troverete la prima proposta, legata all’idea che i settori giovanili oggi siano i primi incubatori della malattia terminale del nostro calcio. Dai vivai bisogna ripartire, e non è un luogo comune. La malattia del nostro calcio parte dalle sue radici, i settori giovanili. Oltre a vietare le classifiche nei tornei dei più piccoli, bisognerebbe proibire lavagne, diagonali ed esercitazioni senza palla fino ai 15 anni. Prima degli Allievi solo tecnica, giochi di prestigio, duelli diretti e marcature a uomo, che – al contrario della zona – educano i ragazzini a sfidare l’avversario con coraggio, guardandolo dritto negli occhi. Andrebbe bandito anche chi inculca l’elastico difensivo agli Esordienti, per non parlare di chi li fa giocare a bandiera o a pallamano”.
“E il calcio? Sono scomparsi gli oratori e cortili, formidabili raffinerie di talenti. Questi spazi vanno ricreati. Si incoraggino i ragazzini a giocare a pallone, a essere creativi, spavaldi, sfrontati. Anche quando lo smartphone non è scarico. Ve lo immaginate Gentile, da giovanotto, a fare le diagonali? O un piccolo Roby Baggio, nei Pulcini, avvilito dal dogma del gioco a un tocco? Insegnare la tecnica ha una sola controindicazione: bisogna essere in grado. Questo frega parecchi allenatori di settore giovanile che in panchina vanno come divi di passaggio, in attesa di una promozione in prima squadra. Per questo sosteniamo la crociata a favore dei maestri di calcio, vecchi pozzi di esperienza liberi dall’ansia dell’arrivismo. I club di vertice li riportino sulle panchine dell’Attività di Base e li affianchino a giovani motivati e qualificati. Dall’insegnare come si accarezza il pallone parte la vera sfida del futuro per il calcio italiano: solo così, preparando le nuove generazioni, potremo arrivare a un calcio più diretto, intenso e coraggioso di quello triste e speculativo che da troppo ormai ci riempie la bocca di sbadigli e il cuore di tristezza“.