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Belgio: metodo G A G per la nuova generazione di talenti

Christian Galfrè
30 Gennaio 2016 alle 13:52
30 Gennaio 2016
Belgio: metodo G A G  per la nuova generazione di talenti
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Lo speciale Settore Giovanile del ct Vaniglia

Il ranking Fifa non mente: il Belgio è la nazionale numero uno al mondo e il 3-1 che ha rifilato all’Italia in qualche modo spiega perché. Conte perde la sua seconda partita da c.t. dopo quella col Portogallo, la prima da inizio stagione e ammette la superiorità dei “diavoli rossi”. Cerchiamo di analizzare i segreti del successo del modello belga. Partiamo da un dato anagrafico: Italia 59.830.000 abitanti Belgio 11.200.000. Il Belgio ciononostante si è presentato a Brasile 2014 con una rosa giovanissima (appena 26 anni e 15 giorni) e ha raggiunto un onorevole quarto di finale dopo aver mostrato sprazzi di bel calcio e, soprattutto, baby talenti che oggi fanno gola ai più grandi club europei.

Ma da dove arriva questa nuova generazione di campioncini? Casualità o frutto di programmazione? Tutto ciò ha un nome ed è quello di Michel Sablon (ex direttore tecnico della Nazionale) ed è suo il merito di aver costruito il nuovo sistema calcistico del paese. Nel 2002 Sablon è diventato il direttore tecnico della federazione belga. La sua prima mossa è stata smantellare il vecchio sistema. “Siamo ripartiti da zero“, spiega. “Ci siamo detti: ‘Così non funziona’”.

La nazionale non aveva idee e le squadre giovanili non andavano meglio. Gli allenatori seguivano tattiche ormai superate: ai bambini di otto anni veniva chiesto di giocare nel ruolo di libero, in puro stile Beckenbauer, perché tutte le squadre belghe tendevano a giocare con tre difensori centrali. Non aveva senso insegnare un calcio simile, non si divertiva nessuno. Sablon per due anni ha seguito i tornei giovanili in tutto il paese e ha studiato le nazionali di Francia e Olanda, all’epoca tra le più forti al mondo. Ha chiesto all’Università di Lovanio di analizzare 1.600 ore di filmati di bambini che giocavano undici contro undici per scoprire con quale frequenza toccavano il pallone: in media quattro volte ogni venti minuti. Ha organizzato assemblee con gruppi di allenatori di diversi livelli per discutere di tattiche e metodi di allenamento. “Non ci fermavamo mai”, ricorda. “Cominciavamo la mattina e andavamo avanti fino a notte. Ogni giorno, sabato e domenica compresi”.

Il risultato, svelato nel 2004, è un metodo chiamato G-A-G (global-analytique-global). L’idea era quella di unire il meglio del calcio francese (l’importanza della forza fisica e dell’organizzazione, cioè l’aspetto analitico) alla fantasia degli olandesi (l’aspetto globale), inventando un nuovo, esaltante modello di calcio d’attacco (di nuovo globale). “Il nostro obiettivo è un’utopia”, ha dichiarato di recente Bob Browaeys, che nel 2012 ha sostituito Sablon, ormai in pensione. “Cerchiamo il possesso ininterrotto del pallone”.

In pratica, il metodo G-a-g è diventato un modello di riferimento. Oggi in tutto il Belgio bambini e bambine imparano a giocare a calcio nella stessa maniera. Ogni scuola, accademia giovanile o squadra locale schiera lo stesso modulo (il 4-3-3 con le classiche ali tornanti) e segue le stesse tappe: prima dei sette anni si gioca due contro due; dai sette ai nove cinque contro cinque; tra i nove e gli undici otto contro otto, usando solo metà del campo. Solo a dodici anni i ragazzini e le ragazzine hanno a disposizione l’intero campo e cominciano a familiarizzare con i passaggi lunghi. Solo questo dovrebbe bastare per mettere in evidenza quanta strada abbiamo ancora da fare nel calcio Italiano. se ce l’hanno fatta i Belgi con 1/5 della nostra popolazione…

Il metodo G-a-g è l’Anderlecht a insegnarlo meglio: il direttore responsabile del settore giovanile belga Jean Kindermans, ci ha raccontato di come il principale club del Belgio investa annualmente circa 4-5 milioni di euro delle entrate societarie per il settore giovanile, stiamo parlando di circa il 10% del fatturato interno! In Italia si parla di un 2%. Queste sono differenze lampanti! L’altra differenza eclatante è proprio basilare, con una differente considerazione della cultura sportiva. La sinergia scuola/sport nella società Anderlecht è la radice di tutto: ci sono dei college di impronta sportiva che permettono ai ragazzi durante ogni singolo giorno di praticare sport insieme alle altre materie scolastiche. Due ore di storia, poi due ore di attività fisica, poi altre due ore di matematica, poi pausa, poi calcio. Da noi al mattino si va a scuola, poi trasferte per andare al campo, pasto frugale e se si riesce a fare due ore di allenamento al giorno per 3 giorni alla settimana, è già tanto!

I risultati: in Belgio un ragazzo avviato alla pratica agonistica, in un mese e mezzo totalizza il numero di ore di “educazione atletico-sportiva” che un pari età italiano totalizza in un anno! Fare i conti è facile. E’ ora di smetterla coi discorsi e le lamentele e provare a cambiare le cose anche qui. Non c’è altra strada. Anche inglobare nella nostra forte base culturale calcistica elementi di questo “modello Anderlecht” non deve parere inadeguato. Anzi! E’ questione di programmazione: 15 anni fa il movimento calcistico belga era ai minimi storici. Ora un Nainggolan lotta per avere un posticino in Nazionale. Riflettiamo. Programmazione e filosofia. Ripartiamo. Facciamo come Sablon che che ha studiato seriamente le strutture dei settori giovanili di altre nazioni calcistiche felici, Germania e Olanda in testa e poi ha iniziato a girare tra le primavere e i vivai delle squadre ad incontrare allenatori e filmare migliaia di partite per capire dove stavano gli errori. Anzitutto, ha visto che i tecnici mandavano in campo i loro ragazzi unicamente per vincere, e se questo è fondamentale per una squadra maggiore non lo è per un settore giovanile, che oltre alla vittoria dovrebbe invece puntare allo sviluppo dei suoi atleti. Così ha imposto che tanti campionati giovanili, soprattutto quelli per bambini sotto i 13 anni, non prevedessero alcuna classifica, ma solo partite.

In secondo luogo, ha obbligato i club a non far retrocedere i propri giovani da una categoria all’altra: un giocatore poteva passare, ad esempio, dall’under 15 all’under 17, ma non il contrario. Se si trova a giocare contro avversari più anziani di lui, può capitare che un ragazzo tentenni e si spaventi: la nuova regola impediva ad un allenatore di bocciare subito un giovane di fronte a tali fatiche, ma piuttosto lo incentivava a stargli vicino e aiutarlo. Sablon ha poi pensato di costruire otto centri di allenamento nazionali, gestiti centralmente da Bruxelles: i ragazzi migliori venivano convocati per sessioni di training settimanali, apprendevano metodi di allenamento nuovi e poi li insegnavano ai compagni una volta tornati a casa. E in più, in questi centri si formava già uno zoccolo duro di campioni: ragazzi come Mertens, Dembelé, Mignolet e Witsel si conoscono e giocano assieme da quando erano adolescenti.

E infine, ultima regola, Sablon ha convinto tanti allenatori delle giovanili ad abbandonare i vecchi moduli per passare ad un più fluidificante e moderno 4-3-3, lo stesso che adotta la Nazionale. Ciò ha fatto sì che ora Wilmots si trovi giocatori già predisposti a giocare in determinate posizioni: i club li allenano alla perfezione in un ruolo specifico, a lui spetta solo raccoglierli e metterli in campo.

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