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Calcio, lo speciale Settore Giovanile del ct Vaniglia. Varese 1910: “Non basta allenare i bambini, bisogna educare i genitori”

Christian Galfrè
16 Dicembre 2014 alle 10:33
16 Dicembre 2014
Calcio, lo speciale Settore Giovanile del ct Vaniglia. Varese 1910: “Non basta allenare i bambini, bisogna educare i genitori”
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Savona. Continuiamo con questo diciottesimo inserto, il lungo excursus che ci porterà a visitare i più grandi centri di formazione siti sul territorio nazionale e nel continente europeo, proseguendo con una società della realtà lombarda che da sempre ha storicamente prodotto un gran numero di talenti per il football tricolore e lo ha fatto dando notevole importanza alla tecnica individuale nonchè all’educazione dei piccoli calciatori. Il Varese Calcio “cresce uoomini e calciatori”. E se lo dice Marco Caccianiga, uno che da 10 anni passa le giornate sul cam­po della scuola calcio del pianeta biancorosso, c’è da credergli.

Troppa pressione attorno ai campetti, troppe aspettative nei confronti dei piccoli calciatori. Senza con­tare il contorno di insulti e litigi. Il calcio dei piccoli è assediato dalle nevrosi dei grandi, per fortuna ogni tanto qualcuno prova a cambiare direzione. Ed è proprio al conosciutissimo Caccianiga, presidente e coordinatore del Settore Giovanile del Varese 1910, che ci ha accolto concedendoci cortesia e disponibilità, che abbiamo rivolte le nostre interessate domande.

Può indicarci la mission societaria a livello giovani?

“Il Varese non è soltanto prima squadra. Le basi dei biancorossi del futuro sono gettate fin dalla Scuola Calcio, quando i bambini imparano a tirare i primi calci al pallone e sognano di diventare, da grandi, dei calciatori professionisti. La società di via Manin si avvale di allenatori preparati e capaci e anche nella stagione in corsoche ha “schierato” in campo un folto gruppo di tecnici, alcuni riconfermati rispetto al 2014 ed altri che si affacciano per la prima volta alla realtà del Varese 1910. Gli istruttori che fanno parte del Settore Giovanile Preagonisico, vengono dapprima selezionati e poi distribuiti nei vari gruppi di lavoro che vanno dai Piccoli Amici 2008 e 2009 fino agli Esordienti 2002.I responsabili tecnici della Scuola Calcio sono i preparatissimi Paolo Masini e Stefano Milanta”.

Quali obiettivi primari perseguite?

“Il Varese punta molto, certamente, sull’insegnamento del calcio giocato, ma anche sull’aspetto educativo e formativo che una buona Scuola Calcio come quella biancorossa deve poter dare ai suoi giovanissimi allievi. Vogliamo far imparare ai nostri ragazzi che chi indossa la maglia del Varese deve sempre rispettare delle regole di comportamento in campo e fuori dal rettangolo verde. Anche quest’anno tutti noi allenatori avremo, quindi, come obiettivo comune quello di far crescere i bambini e farli diventare degli uomini educati e con sani valori sportivi. Tutti sono ben accetti alla Scuola Calcio del Varese, che si fa selettiva soltanto con l’ingresso nel Settore Giovanile.Tutti possono iniziare a giocare con noi. Il momento della valutazione deve arrivare più tardi, quando si fanno delle considerazioni più tecniche e si indirizza il ragazzino verso il nostro Settore Giovanile o verso quello di società dilettanti. Il momento della verifica, come a scuola, avviene dopo; prima c’è l’insegnamento che si coniuga con il divertimento. E desideriamo che anche i genitori che vengono alle partite dei figli non contravvengano a queste norme per noi importantissime”.

Cosa vi ha spinto ad assumere iniziative che tentino di sconfiggere il dilagare del fenomeno dei genitori-ultrà?

“Constatavamo che i ragazzi si divertivano parecchio in allenamento ma non nelle partite.Si trasformavano e diventa­vano di colpo tesi. Cercavamo di dare consigli utili dalla panchina, ma i papà “telecoman­davano” i figli dalla tribuna. Se dicevamo ai nostri piccoli giocatori di allargarsi a destra, da fuori gridavano di correre al centro. Risultato: confusione totale in campo e nel­le teste dei mini calciatori. E considerato che nel Varese riteniamo che a 6 anni la vera vittoria debba essere quella di imparare il rispetto e la solidarietà, abbiamo deciso di intervenire. A tale scopo è stato appositamente collocato sugli spalti (anno 2012) un cartello (che oramai è diventato famoso in tutta Italia perché grazie a Facebook sta rimbalzando sul web mietendo consensi) per ammonire papà e mamme al rispetto delle regole. L’appello che è stato affisso su tutti campi della scuola calcio dell’As Varese 1910 recita: “Divertirci è un nostro diritto”. Di fatto si tratta di un cartello esposto per tutti quei genitori che quando seguono le partite di calcio dei loro figli, sui campi di periferia e che spesso finiscono per trasformarsi nei più beceri e violenti dei tifosi”.

Può entrare nel merito dei principi che vi sono contenuti?

“Eccovi il testo all’interno del quale crediamo che il messaggio sia forte e chiaro: “Ciao a tutti, questo è il campo di gioco dei bambini della scuola calcio dell’As Varese 1910. Noi qui ci divertiamo, impariamo a rispettare le regole, i compagni ed i mister. Non giochiamo mai contro ma con i bambini delle altre squadre. Non rovinateci il piacere di calciare un pallone. Evitate i commenti e gli atteggiamenti esagerati. Non è colpa nostra se qualche genitore è dispiaciuto per non essere diventato calciatore. Urlare non serve a nulla. Lasciateci sognare. Divertirci è un nostro diritto. Sostenerci sempre è un vostro dovere ed è una gioia per noi. Grazie a tutti”. Firmato: “I bambini della scuola calcio As Varese 1910”. Direi che a Varese funziona così. “I bambini danno un calcio allo stress per educare i genitori”.

Pensa che questo tentativo abbia sortito degli effetti positivi?

” A distanza di 2 anni dall’installazione posso affermare con sicurezza che le cose sono cambiate. Sugli spalti abbiamo infatti notato un netto miglioramento. I genitori hanno capito che la vittoria non è tutto. Il vero successo è portare i ragazzini a diventare prima di tutto una squadra, il che significa aiutarsi e rispettarsi. I risultati veri sono altri.

E i genitori come hanno reagito?

“Una delle maggiori soddisfazioni è sentire un genitore che ti dice: da quando viene ad allenarsi, con voi, mio figlio ha migliorato il comportamento a casa e a scuola. Significa che il percorso è giusto e che anche papà e mamme possono darci una grossa mano, diventando un valore aggiunto e non una fonte di stress. Inutile sgolarsi a bordo campo e rimproverare il figlio per un gol sbagliato. A livello primi calci e pulcini conta solo appassionarsi allo sport. È inutile insistere nel cercare la stoffa del campione. C’è tempo. Anche a noi piace vincere. Ma si fa sul serio da­gli allievi in su».

Quando occorre iniziare a parlare di risultati e di competitività? Non ritiene che sia una vision troppo sudamericana?

“Il Varese, caso più unico che raro nel calcio professionistico, non fa selezione fino ai 13 anni: chi vuole si iscrive, poi si vedrà. Questo vuol dire avere una visione al­legra del calcio. Da innamorato del Brasile quale sono, non potevo che sposare in pieno questa filosofia. Sul mio profilo spunta una sua foto con Felipao Scolari, ct della Seleçao, esattamente perchè amo il paese carioca e il suo calcio. Mi sono avvicinato alla sua cul­tura suonando le percussioni e ho scoperto un mondo sconosciuto e felice. Ora cerco di trasferi­re questa passione ai nostri ragazzi che come in America del Sud crescono a pane e pallone, nel vero senso della parola. Ogni bambino ne riceve uno personale. Ne possono fare quello che vogliono, anche colorarlo. L’importante è che non lo dimentichino a casa, altrimenti si de­vono allenare senza. Anche questo è un modo di responsabilizzarli”.

Con un maestro “brasiliano” come Lei, non c’è il rischio di dimenticarsi dell’esistenza del passaggio?

“Non c’è pericolo. È vero che il primo passo è: io e il mio pallone. Ma quello successivo sarà altrettanto importante: io, il mio pallone e i miei compagni”.

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