
Liguria. Bruciare rami e paglia non sarà più reato: Coldiretti ha vinto la battaglia della bruciatura, considerata, fino al 24 giugno 2014, un reato penale. La legge prevedeva l’arresto da tre mesi a un anno o l’ammenda da 2.600 a 26mila euro in caso di “rifiuti non pericolosi”, come appunto quelli derivanti dalle attività agricole di pulizia e potatura.
“In pratica i contadini venivano equiparati ai camorristi della ‘terra dei fuochi’ – dicono da Coldiretti – Ci sono voluti mesi per far capire l’assurdità di quella norma. Finalmente, l’articolo 14 del nuovo decreto legge n. 91 del giugno scorso ha introdotto nel decreto del 2006 il comma 6 bis, che esclude dalle sanzioni riguardanti la gestione e la combustione illecita di rifiuti tutte quelle attività di combustione in loco di materiale agricolo e forestale derivante da sfalci, potature o ripuliture di terreni, orti e giardini”.
“La manutenzione di terreni privati sarà finalmente disciplinata in modo sensato – spiega Germano Gadina, presidente di Coldiretti Liguria – È giusto distinguere la combustione controllata dei rifiuti organici, pratica consuetudinaria sul nostro territorio e assolutamente legale, dai gravi fatti di gestione illecita di questi e altri materiali ben più pericolosi dal punto di vista dei danni che provocano, che va invece sanzionata per assicurare il rispetto dell’ambiente”.
Le aree, i periodi e gli orari in cui è possibile bruciare questi residui saranno individuati dalle ordinanze dei sindaci dei Comuni: per questo Coldiretti Liguria ha inviato a tutti i primi cittadini dei Comuni della regione una lettera e una bozza di ordinanza sul tema. “Stiamo cercando di sensibilizzare le amministrazioni comunali liguri in modo che le attività consentite oggi dal decreto 91 possano essere correttamente disciplinate nei singoli territori – dice Gadina – La combustione controllata è una pratica indispensabile in una regione come la Liguria, in cui è spesso impossibile o logisticamente molto difficile raggiungere i centri di gestione dei residui agricoli, perché molte coltivazioni si trovano in luoghi isolati o impervi. Per non parlare poi dei danni che subirebbe il terreno a causa di un uso spropositato di sostanze chimiche alternative, dell’aumento di fitopatie o dell’accumulo eccessivo di residui organici per la trasformazione in compost, che potrebbe causare intasamenti alle reti di scorrimento superficiali e contribuire ai fenomeni di dissesto idrogeologico”.
“La gestione controllata dei materiali vegetali di scarto con la combustione sul luogo di produzione è una tradizionale pratica agricola che, se eseguita con raziocinio, vanta alcune conseguenze positive sulla salute dei terreni e delle piante – continuano – prima fra tutte, la mineralizzazione degli elementi contenuti nelle ceneri dei residui organici che, ridistribuiti, aumentano la dotazione di potassio del terreno e contribuiscono alla distruzione dei parassiti che, di solito, si annidano nei cumuli di materiale di risulta, aiutando a ridurre la propagazione delle malattie e contribuendo alla diminuzione dei trattamenti chimici”.
Per bruciare il materiale organico in sicurezza e nel rispetto della norma, Coldiretti chiede lo svolgimento delle attività sul luogo di produzione e il controllo del fuoco fino al suo spegnimento; i cumuli, di dimensione limitata, devono essere bruciati ad almeno 20 metri dagli edifici e a 50 metri da autostrade e ferrovie; infine, la combustione del materiale (non più di tre metri steri per ettaro, cioè circa tre metri cubi di legno) è vietata nelle giornate di forte vento o a rischio incendio e nei periodi in cui è proclamata la massima allerta incendi.