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Economia

Redditi on line: il Codacons chiede 20 miliardi di risarcimento

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Un risarcimento di 20 miliardi di euro per violazione delle norme penali sulla privacy. E’ questa la richiesta avanzata dal Codacons per la diffusione dei redditi on line da parte dell’Agenzia delle Entrate. L’associazione dei consumatori si è costituita parte offesa nell’ambito dell’inchiesta avviata dalla procura di Roma sulla pubblicazione dei dati fiscali.
Il Codacons ha infatti nominando un legale ”per tutelare gli interessi dei contribuenti messi in rete senza il rispetto delle procedure previste dalla legge 241/90 come modificata dalla legge 15/05”. La somma del risarcimento chiesto andrebbe poi ripartita tra i 38 milioni di contribuenti italiani, per un dividendo di appena 52 euro ciascuno.
Nella istanza si chiede anche il sequestro degli elenchi da chiunque detenuti, anche attraverso l’oscuramento dei siti che ancora li offrono in visione gratuita o a pagamento. Intanto oggi una copia della denuncia è stata presentata anche sulla scrivania della polizia postale e della Autorità della Privacy che potranno quindi agire anche autonomamente.
Ma il Codacons ha anche diffuso una specie di decalogo per chiarire quando la diffusione di una denuncia dei redditi non costituisce reato. L’avvocato amministrativista e presidente del Codacons, Carlo Rienzi, ha ricordato che il Consiglio di Stato con numerose pronunce ha definito esattamente ciò che è lecito e ciò che non lo è nella materia in questione con decine di sentenze.
”Laddove si tratti di redditi di soggetti che in vario modo sono alimentati da danaro pubblico o comunque destinati a finalità pubbliche – ha dichiarato Rienzi – è sicuramente ammissibile l’accesso alla denuncia dei redditi e la sua pubblicazione”. ”Ad esempio – prosegue Rienzi – tutti i redditi degli addetti e dirigenti pubblici, compresi i componenti degli organi elettivi come Comuni, Regioni, Camera e Senato, pagati con danari dei cittadini sono accessibili a chi ne faccia richiesta. Lo stesso per i dirigenti degli enti pubblici, e delle società concessionarie come la Rai , Ferrovie, Acea, Poste e di qualsiasi altro ente che eroghi un servizio pubblico universale pagato dai cittadini o con una parte dei danari dei cittadini.”
”Ancora sono pubblicabili i redditi di soggetti dello spettacolo, della politica, dello sport, della società civile, la cui notorietà e rilevanza e interesse sociale – ha aggiunto Rienzi – faccia scattare il diritto- dovere di cronaca, che, come è noto, costituisce un diritto costituzionale pari a quello della riservatezza, e quindi una esimente da reati e rende non punibile ciò che altrimenti lo sarebbe”. ”E altrettanto accessibili sono le denunce dei redditi quando esse servono al cittadino per difendersi in giudizio, come ad esempio il coniuge che intende fare causa all’altro coniuge ha diritto a vederne la denuncia dei redditi ai fini di ottenere dal Giudice una giusta sentenza circa gli obblighi di mantenimento della famiglia”.
”In pratica – ha concluso Rienzi – chi vuole mettere il naso negli affari altrui deve avere un interesse qualificato e concreto, come stabilisce l’art. 25 della legge 241/90, e deve in ogni caso lasciare traccia della sua domanda di accesso e del suo interesse. Ciò anche ai fini della responsabilità che su di lui incombe ove il dato venga diffuso a terzi per sua colpa”. E’ invece sicuramente ”da escludersi” la possibilità di pubblicare tutte le denunce dei redditi su internet in modo generalizzato.

Red.
5 Maggio 2008 alle 8:23
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