
Savona. Prese in giro e scherzi ad un collega sul posto di lavoro che si trasformano in un’accusa di stalking. Protagonista della vicenda è un quarantanovenne, residente a Sassello, dipendente di una ditta di costruzioni, che stamattina è stato condannato a quattro mesi di reclusione con la sospensione condizionale della pena perché secondo l’accusa si sarebbe reso protagonista di “atti persecutori” verso un (ormai ex) collega, un sessantaseienne di Mallare.
In particolare secondo quanto gli veniva contestato l’imputato, che era assistito dall’avvocato Luigi Gallareto, nel luglio del 2009 aveva fotografato il collega che durante un intervento di manutenzione della fognatura era scivolato nel “Rio San Cristoforo”, una foto che poi era stata appesa nella bacheca della sede aziendale. Inoltre, in un’altra occasione, il quarantanovenne avrebbe nascosto la bicicletta del collega costringendolo ad andare a piedi dalla sede della mutua a quella dell’azienda. Episodi che, secondo la Procura, erano sufficienti a configurare il reato di stalking.
Una tesi respinta con decisione dalla difesa dell’imputato che si è sempre difeso: “E’ vero che il mio collega era spesso preso di mira da altri che lo prendevano in giro. Ammetto l’episodio della fotografia, ma era stata una cosa goliardica di cui aveva riso anche lui. Era scivolato, l’avevo aiutato a uscire dal rio e poi scattato la foto, ma solo perché era una situazione divertente. Nulla più” erano state le dichiarazioni fatte in aula.
Questa mattina il pm aveva chiesto l’assoluzione dell’imputato anche sulla base delle dichiarazioni della parte offesa (che si era costituita parte civile nel processo con l’avvocato Marco Pella), che aveva spiegato di non aver mai avuto paura del collega. Un elemento che, secondo la difesa, di fatto, faceva cadere l’accusa di stalking che prevede che nella vittima sia presente uno stato di ansia. Stamane il giudice ha anche riconosciuto alla parte offesa un risarcimento di diecimila euro. Parole che però secondo l’avvocato della parte civile vanno interpretate correttamente: “Lui era contento di lavorare, ma ciò non significa che la situazione non gli pesasse”.
La parte offesa, che nel frattempo è stata licenziata dalla ditta, nel 2012 ha anche avviato anche una causa di lavoro per mobbing contro l’azienda. Secondo quanto denunciato infatti l’uomo era al centro di continui scherzi sul posto di lavoro da parte dei colleghi: una situazione che gli ha causatoo stress e anche problemi familiari (si è anche separato dalla moglie).
Intanto l’avvocato Gallareto preannuncia un ricorso in Appello: “La responsabilità penale del mio assitito è sicuramente da escludere come ampiamente dimostrato dalle deposizioni dei tesitmoni e della parte offesa. Non appena vedremo le motivazioni (il giudice si è riservato quindici giorni per depositarle) faremo ricorso in Appello. Secondo noi i presupposti per lo stalking non sono assolutamente riscontrabili nell’unico episodio che è contestabile al mio assistito”.