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Lettere

Lettera a Berlusconi: “Voglio rinunciare alla cittadinanza italiana”

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Egregio Signor Silvio Berlusconi, innanzitutto è doveroso farLe i complimenti per la stravincita elettorale, e per il coraggio che manifesta nel promettere un rialzo dell’Italia anche senza la bacchetta magica.
Mi chiamo Ivo Toniut, 45 anni, di origine varesina, emigrante sin dall’età minore. Il mio voto è stato il primo in assoluto: a fine marzo ho inviato una lettera al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ed al Sindaco del Comune ligure presso il quale risiedo, con la quale dichiaro di rinunciare ad essere cittadino italiano (leggere qui).
Giorni fa, ho ricevuto comunicazione che la Presidenza della Repubblica ha portato la mia questione all’esame di un Ministero di un Governo che di fatto è inesistente.
In data odierna, inoltre, le Autorità comunali hanno “abilmente” messo nel dimenticatoio i miei problemi, notificandomi che l’ordinamento italiano non riconosce il diritto di essere apolide e che pertanto ho la facoltà di produrre ricorso al Tribunale di Savona entro 30 giorni. Quest’ultima notifica evidenzia in modo lampante l’indifferenza che molti enti pubblici e le forze politiche ad essi imparentate, hanno nei confronti della tutela degli interessi dei cittadini. La stessa indifferenza della quale si è brillantemente avvalso il Ministro D’Alema nel tutelare gli interessi degli italiani all’estero.
Mi riservo quindi il diritto di rinnovare la mia lettera alla Sua attenzione, quale Leader di una coalizione politica alla quale il popolo ha chiesto di essere guidato.
E’ una certezza che il mio recente rimpatrio sia stato condizionato da ambigui atteggiamenti assunti nei miei confronti dalla Diplomazia italiana sin dall’anno 1999. Ritengo di aver subito e di subire ingiustizie. Tra le stesse, sottolineo il mancato rilascio di un passaporto per il periodo di circa 30 mesi durante i quali ero costretto a soggiornare nella Repubblica del Tagikistan utilizzando come documento d’identità la fotocopia di un passaporto scaduto e timbrata dalle Autorità di un altro Paese europeo. Tale atteggiamento fu in seguito giustificato dal Ministero degli Affari Esteri guidato da Massimo D’Alema, come uno sbaglio commesso in buona fede. Tuttora, non riesco a quantificare l’entità di tale buona fede se si considera che lo stesso Mae sconsigliava ai connazionali di viaggiare in quel Paese poiché ritenuto a rischio. Un Ambasciatore italiano, forse con un eccessivo temperamento, mi ha descritto tali rischi con le seguenti parole: “Guardi che in Paesi come questo è un attimo prendersi una pallottola in testa”. Il mio soggiorno sprovvisto di passaporto, non ha certo alleviato tali rischi. Anzi. Dopo circa 27 anni di lavoro all’estero, per la prima volta in vita mia, sotto il Governo Prodi, mi sono vergognato di essere un cittadino italiano.
In Patria, a causa di una delle suddette ingiustizie, non ho la possibilità di svolgere la mia professione o qualsiasi altra attività lavorativa, e sono quindi privo di alcun mezzo di sostentamento. Di conseguenza, ho dichiarato con coscienza di voler rinunciare alla cittadinanza italiana per poi stabilirmi nuovamente all’estero. Tale scelta è da me fatta a malincuore ed è resa ancor più amara dal fatto che alcune Istituzioni della mia Patria non sono in grado, o non hanno la volontà di tutelare gli interessi di un connazionale, condizionando lo stesso ad usufruire del suo diritto di non esserlo più. Nel nostro Paese, extracomunitari approdati clandestinamente con dei canotti e dediti inizialmente alla vendita di noci di cocco sulla spiaggia e alla violazione delle leggi, usufruiscono ora del diritto di lavorare anche in un Ente pubblico e possedere una casa. Io, invece, lavoratore all’estero da quasi 30 anni durante i quali, ove la legge lo richiedeva, pagavo le tasse e
versavo i contributi allo Stato italiano, non posso avere tali diritti. Tali condizioni sono inammissibili.
Secondo il DPR n. 362 del 18 aprile 1994, art. 11; il cittadino italiano può rinunciare alla cittadinanza qualora risiede o stabilisca la residenza all’estero. Stando alle leggi di quei Paesi presso uno dei quali la realtà che sto vivendo mi obbliga a stabilirmi, invece, la mia ammissione sul loro territorio finalizzata all’acquisizione della cittadinanza è valutata solo nel caso in cui io abbia già formalmente rinunciato alla cittadinanza italiana. Pertanto, chiedo il Suo cortese intervento affinché io possa rinunciare alla cittadinanza italiana ed ottenere lo status di Apolide, per poi stabilirmi in un Paese nel quale potrò usufruire di quei diritti fondamentali attualmente non concessimi né sul territorio della Regione presso i cui registri anagrafici sono iscritto, né sul territorio nazionale italiano.
Senza troppi preamboli e peli sulla lingua, ammetto di non essere ottimista circa l’ottenimento di un concreto riscontro alla presente e, nell’immediato futuro, orienterò la tutela dei miei interessi e di quelli dei miei familiari tuttora all’estero, presso le Ambasciate straniere alle quali chiederò aiuto giustificandolo impellente anche a causa di un mancato e concreto riscontro alla presente da parte delle Autorità italiane.
Con i migliori Saluti e auguri di buon lavoro.

Ivo Toniut

Redazione
17 Aprile 2008 alle 10:37
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