
Andora. Svolta nelle indagini sull’incendio di origine dolosa che, nella tarda serata del 24 ottobre scorso, aveva completamente bruciato ad Andora una baracca in legno e lamiera, all’interno della quale vi erano attrezzi agricoli e due vecchi autoveicoli non più marcianti, nonché a breve distanza un autoveicolo Fiat Doblò, di proprietà di una donna 57enne di suo figlio. Dopo gli accertamenti dei carabinieri di Andora la Procura della Repubblica di Savona ha indagato L.B., imprenditore edile residente nel Lazio, ritenuto coinvolto nell’incendio.
Le indagini si sono rivelate ben presto difficili: nessuna traccia lasciata dal rogo e la successiva opera di spegnimento delle fiamme da parte dei Vigili del Fuoco, aveva irrimediabilmente compromesso la scena del crimine. Non è stato trovato alcun testimone che avesse visto o sentito qualcosa. Gli inquirenti hanno cominciato a scavare nel passato delle vittime, per trovare indizi utili ad orientare le indagini. In particolare negli ultimi tre anni, le vittime avevano avuto dissidi con una società ed un’impresa che avevano effettuato lavori di ristrutturazione ad un immobile nelle adiacenze, sfociati in esposti e denunce per i quali erano intervenute le Autorità competenti.
In una occasione nel corso del 2010, i carabinieri del N.O.E., in collaborazione con i colleghi dell’Arma locale, avevano riscontrato violazioni in materia di edilizia sequestrando anche una porzione di terreno e denunciando i responsabili alla Procura della Repubblica di Savona.
Il giovane proprietario dei terreni insieme con sua madre, Fabio Favara, risultava aver collaborato con la Onlus “Casa della Legalità”, segnalando fatti ed episodi relativi al territorio andorese e di interesse per quella associazione, partecipando anche ad una manifestazione contro le infiltrazioni mafiose nel savonese, svoltasi nel settembre scorso a Vado Ligure.
Da qui, quindi, le possibili implicazioni per quello che, almeno teoricamente, poteva anche rivelarsi un atto intimidatorio da parte della criminalità organizzata.
Tuttavia dagli accertamenti svolti a 360° dai carabinieri di Andora non esistevano elementi di connessione con un possibile atto, per così dire, di “stampo mafioso”, né con l’attività svolta dal giovane attivista della “Casa della Legalità”.
Le indagini si sono quindi concentrate su quella che sembrava già in origine la pista più probabile: dissidi avuti in passato con cittadini andoresi e imprenditori che avevano da poco terminato lavori di ristrutturazione ad immobili da cui erano stati ricavati alloggi.