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Lettere

Il calvario di 140 mila imprese liguri

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“In questo momento molto complicato per le aziende è necessario unire le forze per dare un volto umano a tutta la pubblica amministrazione ed in particolar modo al fisco.

Noi siamo per la lotta contro l’evasione perché porta concorrenza sleale; noi rappresentiamo e vogliamo tutelare le imprese che stanno sul mercato in modo regolare. Il problema che vogliamo affrontare non è solo quello della pressione fiscale che ha toccato livelli insostenibili, (con un divario fra la pressione fiscale ISTAT del 45,7% fino ad arrivare ad una pressione fiscale effettiva del 55,06%, e sommando altri oneri si può arrivare anche al 68%) ma tutta la serie di norme che divengono strozzature per le aziende già in difficoltà.

Abbiamo voluto dimostrare ad esempio come l’IMU sia un’imposta che colpisce in modo iniquo le imprese. I quasi 70 miliardi di crediti dello Stato verso le imprese sono un modo ingiusto di comportarsi perché costringono le imprese a far debiti per pagare le tasse e, nel contempo, a non poter compensare con i crediti vantati presso gli enti Pubblici. Tutti gli adempimenti per fronteggiare l’evasione divengono ulteriori pesi burocratici che puni-scono le piccole imprese. È giusto – ad esempio – tassare le auto utilizzate dall’imprenditore anche per uso privato, ma le norme colpiscono in egual modo chi ha una Cinquecento o chi ha una Ferrari.

Migliaia di imprese, oggi, sono passate da ditte individuali a partita IVA perché non riescono neppure a pagarsi gli oneri INPS ed il resto delle norme che opprimono la microimpresa organiz-zata rispetto alla figura del libero professionista. Senza contare il problema delle code agli spor-telli.

Per questo CNA Liguria – per prima in Italia – ha realizzato il protocollo di intesa con l’Agenzia delle Entrate per l’utilizzo di sistemi informatici per diminuire le giornate di lavoro perse presso gli uffici fiscali.

Non vi è dubbio che il fisco (insieme al credito e alla burocrazia) sia tra i principali imputati delle difficoltà di crescita della nostra economia – ha poi dichiarato Claudio Carpentieri, responsabile dell’Ufficio Politiche Fiscali della CNA nazionale – Come non vi è dubbio che la capacità di competere delle imprese abbia come presupposto principale un livello di pressione fiscale sensato e ragionevole ed un sistema tributario semplice ed efficiente. Dunque, se questo è il presupposto necessario da costruire e consolidare, anche per rafforzare il livello di fedeltà fiscale, riteniamo che due siano le strade obbligate da seguire.

La prima è fatta di scelte che conducano, in tempi brevi, ad una pressione fiscale meno elevata, accompagnata da modalità organizzative e procedure amministrative più efficienti e meno buro-cratiche, relazionali e cooperative. La seconda strada si compone di scelte che riducano la quantità della spesa pubblica e la qualifi-chino orientandola agli investimenti in infrastrutture (materiali e immateriali) e alla costruzione di servizi e beni comuni fondamentali alle imprese per competere nel mondo.
È evidente che ambedue le strade richiedono riforme strutturali. I piccoli aggiustamenti adattivi non portano lontano. Proprio per questo, siamo molto rammaricati dal fatto che, nel corso della legislatura appena conclusa, non si sia riusciti a portare a termine l’iter del ddl di riforma fiscale.

La nostra organizzazione si auspica che il nuovo Governo faccia tesoro del lavoro svolto e si im-pegni in un disegno di riforma organica del sistema di finanziamento e di spesa dello Stato. Il nostro sistema produttivo è alle prese con una situazione che ormai da cinque anni oscilla tra crisi economica, mancata ripresa e recessione. E deve soprattutto fare i conti con il problema della competitività che il mondo globale rende più difficile. Del resto, come può il sistema produttivo essere competitivo se il cuneo fiscale che grava sul lavoro nel nostro Paese è di 13 punti percentuali superiore alla media OCSE? Come può essere competitivo se deve fare i conti con un sistema fiscale incentrato sulla riscos-sione coattiva che progressivamente ha perso di vista l’importanza delle imprese? Come può essere competitivo se gli immobili strumentali sono sottoposti sempre a nuove tassa-zioni com’è successo con l’IMU?.

Secondo le nostre stime, qualora fosse confermato l’orientamento dei Comuni a fissare, per gli immobili strumentali, l’aliquota più alta possibile, rispetto all’ICI, il maggior onere per le imprese sarebbe di oltre 6 miliardi di euro. Come può essere competitivo il nostro sistema produttivo se l’introduzione di nuovi tributi locali non è compensata da una corrispondente diminuzione dei tributi statali? Cosa succederà con l’introduzione della TARES, prevista per coprire anche le spese di funzionamento dei Comuni? Quali risultati porterà l’ipotesi, già prevista, di un ulteriore aumento dell’IVA? Alle imprese serve uno Stato che si prenda cura concretamente dei loro bisogni. Uno Stato che dia e riceva fiducia.

Uno Stato è credibile se rende facile e semplice la vita alle imprese. Penso per esempio alle im¬prese in contabilità semplificata, ben due milioni, per le quali sarebbe molto utile la possibilità di utilizzare il criterio di cassa per la determinazione del reddito, criterio già adottato per il paga¬mento dell’IVA. Uno Stato è credibile se è vicino ai bisogni dell’impresa concretamente; per esempio, a nostro avviso, lo è se fa proprio il fondamentale principio secondo il quale i redditi prelevati dall’azienda devono essere trattati alla stessa stregua di qualsiasi altro reddito da lavoro.

Quelli che, al contrario, restano all’interno dell’impresa devono essere sottoposti, come abbiamo già detto, ad una tassazione ridotta. Uno Stato credibile è anche semplice. Rivede in modo sistematico e periodico tutti gli obblighi di comunicazione previsti per le imprese, lasciando solamente quelli che sono realmente necessari alla lotta all’evasione. Uno Stato credibile nella lotta all’economia sommersa fa proprio il principio dell’interdipendenza tra recupero dell’evasione e riduzione della pressione fiscale. È fondamentale, in questo senso, disporre di una norma che preveda, attraverso procedure affidabili e concrete, la redistribuzione delle maggiori entrate provenienti dalla lotta all’evasione.

L’evasione fiscale negli anni, ha contribuito a distorcere la normale azione amministrativa e di controllo rendendola squilibrata, complicata da capire e da gestire, molto costosa. Le imprese sane rischiano di pagare due volte. La prima pagando di più e la seconda pagando i costi e le farraginosità amministrative dei con-trolli derivanti dalla caccia all’evasione. La norma che, paradossalmente, è stata inserita nel decreto semplificazione sta creando, se possibile, un ulteriore e grave rallentamento dei pagamenti tra imprese. Riteniamo debba essere abrogata.

Nell’immediato occorre avere dall’Agenzia delle Entrate almeno una rassicurazione circa la chiara esclusione dei contratti di trasporto, dei contratti d’opera e di subfornitura. Riteniamo infine che il redditometro non sia uno strumento utile per migliorare e rafforzare la fedeltà fiscale. Anzi per come è costruito rischia di diventare l’opposto. Rischia di aumentare ulteriormente la distanza dei contribuenti dal sistema fiscale. La pretesa e l’ambizione sul quale è costruito di giudicare preventivamente e definire la fedeltà fiscale di 41 milioni di persone, eccede il limite di sostenibilità del legame di fiducia tra Stato e cittadini”.

CNA Liguria

Redazione
13 Febbraio 2013 alle 18:00
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