Sono una trentenne pietrese. Ho cambiato diverse città tra studi, lavori e volontariato. Da settembre e per un anno vivo e lavoro a Siem Reap, Cambogia. Dopo la pausa natalizia e l’invasione di una spedizione italiana di amici qui a Siem Reap sono tornata alla mia quotidianità cambogiana fatta di lavoro, cene con le amiche anglofone e maratone solitarie di telefilm rilassanti nei momenti di stanchezza.
Con l’arrivo degli amici italiani, volontari dell’organizzazione per la quale lavoro, mi sono resa conto delle varie anime che costituiscono questa strana città cambogiana. Da una parte ci sono i turisti, quelli che stanno poco, che vedono Pub Street e i templi, quelli che cercano il ristorante che ricorda casa loro, che assaggiano i piatti cambogiani un po’ rivisitati per renderli più appetitosi ai gusti dei “barang”. Questa è la Siem Reap nuova, costruita appositamente per questo, quella che non piace a molti visitatori in cerca del “mito del buon selvaggio”, come si dice tra noi antropologi, ovvero della Cambogia “ma quella vera!”, quella che ci piace immaginare dai libri, insomma quella dove i viaggiatori “responsabili” non vogliono mettere piede. Questo pezzo di città non è piaciuto nemmeno a me nei primi giorni in cui ci sono arrivata, un po’ delusa da non avere lo shock culturale che dà adrenalina, emozioni forti e incuriosisce tanto.
Poi c’è la Siem Reap dei Cambogiani, quella impolverata, quella che puzza di Duran, un frutto enorme e nauseabondo, quella dei commercianti che non ti guardano, non ti salutano e non provano a parlare con te, nemmeno se sei un western portatore non troppo sano di dollari. È la Cambogia delle bancarelle per strada dove non provano a fregarti sul prezzo, dove ti guardano un po’ strano perché non se ne vedono di western lì, dove il passante che parla inglese ti viene in soccorso e ti fa da interprete, dove si cambiano le ruote dei motorini, dove la pioggia fa voragini nelle strade, dove fa molto “progresso” sparare la musica a palla con altoparlanti alti più di un cambogiano medio, dove le bettoline si trasformano in coloratissimi luoghi di ricevimento per matrimoni, funerali e celebrazioni varie, dove per far festa accendono quattro o cinque di quegli stessi altoparlanti alle 5.30 del mattino, così poi quando si muore di caldo si può smettere.
E infine c’è la Siem Reap degli Expats (gli stranieri che ci vivono) e dei volontari che stanno qui qualche mese e che in un modo o nell’altro fanno di questa città la loro casa. Si rimane sempre un po’ precari, tutti, anche chi sposa un/a Cambogiano/a. Io faccio parte di questo gruppo e mi sono accorta di cosa ciò voglia dire in questo mese, in cui ne sono rimasta fuori. Ho scoperto che è bello fare parte di questo mondo perché è sempre tutto in evoluzione, tutto in cambiamento, tutto da inventare, come una palla del biliardo che va avanti e indietro sbattendo un po’ di qui e un po’ di là. Noi sbattiamo un po’ nella parte turistica e un po’ nella parte cambogiana. Viviamo fuori dal centro ma in case wester o westernizzate, mangiamo un po’ ovunque, ci stufiamo del cibo cambogiano, poi riscopriamo la bettolina che serve solo riso e pollo, intervalliamo hamburger, hamok, pizza e lok lak. Frequentiamo Expats come noi, ma ci piace incontrare turisti che fanno giri strani, che ci raccontano la loro storia, non chiediamo nemmeno più l’indirizzo mail perché tanto sappiamo che sarà l’incontro di un giorno, di una sera, di un viaggio in pullman, piacevole ma effimero, prendiamo una storia, regaliamo la nostra e continuiamo a girare.
Poi organizziamo feste, frequentiamo ragazzi cambogiani più o meno westernizzati, ci stupiamo quando non riusciamo a comunicare. Eppoi ci creiamo il nostro mondo di svaghi. C’è chi organizza il Prome, il ballo come quelli che si vedono nei film, così, per creare un’occasione dove indossare un bel vestito, le scarpe coi tacchi e incontrare persone diverse. Oppure si fanno incontri di poesia, dove i suoni nasali del Khmer si mescolano e incontrano i diversi accenti inglesi. Si partecipa a quiz, cineforum casalinghi, a mostre di artisti più o meno carismatici. Ci si incontra in piscina, alla boulangerie stile francese ma gestita da un tedesco, o forse è americano, chi lo sa? chi se lo ricorda più da dove si viene? Al cameriere si parla una lingua ibrida che suona un po’ come “Som moi café and Chocolatine”, per ordinare gentilmente un caffé e quello che in Francia è un pan au chocolat.
Insomma, Siem Reap secondo me è paragonabile a un adolescente, difficile da capire, ha i brufoli e il vocione, si sente grande ma è fragilino, fa vedere un lato alla volta del suo carattere e per questo destabilizza. Spara a palla i gruppi americani più in voga nelle vie del centro, ma toglie la corrente per giorni interi, ovunque ma non nei grandi hotel, fa pagare 20 dollari per i templi e 12 centesimi una baguette, ti disturba coccolando i turisti e ti spiazza per la sua “autenticità” cambogiana, ti affascina nelle chiazze di arancione dei monaci e ti annoia con le loro litanie, ti fa arrabbiare per i venditori ambulanti cacciati dal centro turistico e ti stupisce perché ti fa sentire a casa.
Insomma è una città da vivere, da conoscere piano piano, senza scartare a priori quello che di volta in volta offre, avendo la pazienza di lasciare che conceda anche i suoi lati più nascosti, senza condannarla o esaltarla al primo approccio, lasciando che trovi il suo posto in questo mondo che cambia, così come si fa con un tredicenne, che lo si vorrebbe mantenere bambino ma che bisogna lasciare arrivare all’età adulta, accompagnandolo da distante nei suoi sbagli, nelle sue cattive compagnie, nelle sue scoperte e nelle sfide che si trova ad affrontare. Questa è la mia Siem Reap, nella bellezza delle scoperte e nella fatica della quotidianità. Questa è la città che si vede quando si vive a metà tra due mondi.
Nicoletta Pamparato