
India. Con l’approvazione in Senato, è diventato legge l’accordo siglato lo scorso agosto tra Italia e India sul trasferimento dei condannati che potranno scontare la pena nei propri paesi d’origine.
Un iter accelerato dal caso dei due marò, Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, da otto mesi prigionieri in India con l’accusa di aver ucciso due pescatori indiani a largo delle coste del Kerala mentre erano in servizio anti-pirateria sulla nave commerciale italiana Enrica Lexie, ma che fa intravedere uno spiraglio anche per Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni.
“Si tratterebbe comunque dell’ultima spiaggia” precisa la mamma del ragazzo ingauno condannato all’ergastolo, insieme all’amica torinese, con l’accusa di aver ucciso il loro compagno di viaggio Francesco Montis nella camera di un albergo che i tre condividevano a Varanasi.
Dopo la conferma in appello del carcere a vita, i genitori di Tomaso restano in attesa che il giudice firmi la sentenza in modo da poterla valutare insieme a un avvocato per verificherà le possibilità per il ricorso presso la Corte Suprema indiana. “Mio figlio vuole tornare in Italia da uomo libero – dice Marina Maurizio – e noi faremo di tutto perché ciò accada”.
“Quindi, il primo passo sarà quello di fare ricorso e sperare che la Supreme Court dell’India lo accolga – prosegue la signora Marina – Poi c’è sicuramente in cantiere un viaggio a Roma per farci sentire dal governo e da chi può aiutare i due ragazzi. La speranza è comunque quella di poter leggere la sentenza, con le relative motivazioni, entro l’undici novembre, dal momento che poi in India inizieranno le festività del Diwali, il loro Natale, con la chiusura dei tribunali per altri 10 giorni. Il che significherebbe slittare ai primi di dicembre”.
L’accordo diventato legge riguarda invece i condannati con sentenza definitiva e potrebbe coinvolgere circa un centinaio di indiani detenuti in Italia e poco più di una quindicina di italiani rinchiusi nelle carceri indiane. E, per Tom e Eli, sarebbe l’ultimo appiglio cui aggrapparsi nel caso l’iter giudiziario non si concludesse come sperano i loro amici e parenti.