
Savona. Dopo la sentenza della Corte Costituzionale sulle norme relativi ai servizi pubblici torna in auge a Savona il progetto del nuovo forno crematorio, con gestione affidata in social house ad Ata, la società partecipata del Comune. Una ipotesi questa, resa difficile prima del pronunciamento della Suprema Corte, tanto da far avanzare altre possibili soluzioni: in primis la società pubblica al 60% e privata al 40% per l’affidamento del servizio, scenario mai piaciuto al sindaco Federico Berruti così come ad alcune componenti della maggioranza di Palazzo Sisto (Rifondazione, Sel ed Idv in testa), che avevano già insistito per una gestione targata Ata.
Per domani pomeriggio, a margine del Consiglio comunale in programma alle 15:00, si terrà una riunione di maggioranza in Comune a Savona con al centro proprio il progetto del forno crematorio. Si dovrà inoltre decidere se il servizio sarà solo per i residenti di Savona, oppure esteso anche per non residenti, sulla base di quelli che saranno i criteri progettuali e le modalità gestionali, oltre che le risorse a disposizione: tuttavia bisogna ancora arrivare ad un progetto esecutivo, oltre che condiviso dalla stessa maggioranza di Palazzo Sisto.
La scelta di ridurre in ceneri le proprie spoglie mortali nella città della Torretta è in continuo aumento e per questo si rende necessaria una nuova struttura: attualmente non si riescono ad accogliere tutte le salme che hanno desiderio di essere cremate.
Secondo le statistiche, infatti, a Savona si stima la possibilità di 1800 operazioni all’anno, fatto che si tradurrebbe, con l’attuale sistema tariffario, in un’entrata annuale di 638 mila 400 euro. Tutto questo considerando l’introito delle cremazioni per i residenti o deceduti in città (una media di 600 all’anno per 213 euro) e per i non residenti (1200 per 428 euro).