
India. “Vogliamo questo anche per Elisabetta e Tomaso! Scarcerati quanto prima e che venga riconosciuta la loro innocenza. Perché questo sono: innocenti”: così il gruppo “Tomaso Libero” che, ormai da due anni, sostiene su Facebook la causa dei due ragazzi rinchiusi nel carcere di Varanasi e condannati in primo grado all’ergastolo per la morte dell’amico Francesco Montis, reagisce alla notizia della scarcerazione dei due marò, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, che hanno ottenuto la libertà su cauzione in attesa del processo.
I due fucilieri del San Marco, accusati di aver ucciso due pescatori locali in una operazione antipirateria a difesa dela petroliera Enrica Lexie, si trovano ora in un albergo in attesa dell’inizio del procedimento giudiziario che li vede sul banco degli imputati. Un trattamento che, al contrario, a Tomaso e Elisabetta non è stato concesso: i due giovani dovranno infatti attendere l’inizio dell’Appello (al momento non si conosce ancora la data) nelle carcere di Varanasi.
“La legge dovrebbe essere uguale per tutti” scrivono gli amici del ragazzo ingauno. E ancora: “Quindi chi indossa una mimetica puó sparare al prossimo? E’ uno schifo! I maró possono ringraziare chi si é calato i pantaloni e le mazzette; Tom per te ci sono i tuoi familiari ed i tuo amici!”. Per tutti un unico grido: “Ingiustizia”.
Tomaso Bruno, insieme all’amica torinese Elisabetta Boncompagni, è rinchiuso da più di due anni nel carcere di Varanasi con l’accusa di aver ucciso il proprio compagno di viaggio Francesco Montis nel corso di una vacanza in India. Un omicidio che, secondo l’accusa, sarebbe a sfondo passionale. Per la difesa si tratterebbe invece di morte per cause naturali.
La vicenda giudiziaria dei due giovani resta impantanata in lungaggini e ritardi. Ormai si dovrà aspettare luglio per l’inizio del processo d’Appello dal momento che, a partire da metà maggio, i tribunali indiani sono chiusi per ferie. Intanto, Bruno e Marina, i genitori di Tomaso, non si stancano di chiedere al governo maggiore attenzione per salvarli da un’accusa che farebbe acqua da tutte le parti.