Riceviamo e pubblichiamo la lettera che ci ha inviato una ex calciatrice del Savonese per raccontarci la sua esperienza nel mondo del calcio in rosa. Un racconto, ma anche uno sfogo che vuole “mettere in guardia” chi si avvicina a questo sport da personaggi poco affidabili che, come spesso accade anche in altri ambienti, popolano anche il calcio femminile. Ecco il testo intergrale:
Quando avevo circa otto o nove anni iniziai a seguire mio fratello maggiore (di sette anni più grande) nei prati vicino casa, dove era uso ritrovarsi le sere d’estate, tra ragazzi, a giocare al pallone. Da allora ricordo di non aver più potuto perdere di vista e cercare di domare quella sfera di cuoio che allieta tuttora (nonostante le innumerevoli quantità di passatempi che ci hanno circondato negli ultimi vent’anni) parecchia gioventù. E’ il calcio: quella voglia di correre e sudare, alla ricerca del momento migliore per ricevere o realizzare un passaggio o caricare un tiro, e quella voglia di sfogare e liberare la propria fantasia e, così facendo, tirar fuori (o trattenere dentro) sentimenti, euforia o frustrazioni, cercando a tutti i costi di gonfiare la rete.
Crescendo questa passione mi è rimasta. Sono riuscita a coltivarla e a farla crescere, grazie soprattutto ad un professore di educazione fisica delle scuole superiori che, oltre ad essere stato un docente, è stato in primo luogo un maestro di vita. Certo, poi, ho avuto la fortuna di far parte di un gruppo di ragazze veramente affiatate che, come me, mettevano in campo grinta e forza – ognuna nei propri limiti – ma tutte con lo stesso impegno. Ricordo addirittura che pur di non saltare un allenamento eravamo disposte a correre anche in venti o trenta centimetri di neve che ricoprivano spesso i campi della Valbormida.
Siamo riuscite così, durante gli anni che ci hanno viste unite tra i banchi di scuola e per molte di noi anche negli anni seguenti, passando dal partecipare ai campionati studenteschi alla più “pregiata” serie C regionale femminile ligure, ad indossare delle vere e proprie divise, con i numeri sulla schiena e tutto il resto, inseguendo il sogno di maturare agonisticamente e, talvolta, anche professionalmente, in uno sport, si sa, prettamente maschile.
Voglio, però, tornare a sottolineare come, grazie ad un educatore coscienzioso ed anche tecnicamente preparato, ho imparato, prima di tutto, che giocare a calcio non significa soltanto competere, ma al contempo rendersi utili, impegnarsi, rispettare le scelte del proprio allenatore, cercare di sfruttare le occasioni date insomma, conoscere il vero significato del gioco di squadra. Nel calcio, se davvero si vuole raggiungere l’obiettivo, e cioè la vittoria, avere un fuoriclasse in campo non è tutto, soprattutto a certi livelli: si deve cercare sempre più la coesione, la compattezza, quello slancio che compensa determinate mancanze fisiche. Ora è giusto aggiungere che, nel momento in cui una giocatrice si rivela più dotata, venga naturale darle più spazio, ma sempre per il bene comune. E così si comprendeva meglio se, a volte, alcune ragazze venivano “utilizzate” meno rispetto ad altre; allo stesso modo le atlete migliori comprendevano meglio eventuali punizioni se l’impegno che tutte dovevano mettere veniva meno, e posso dire serenamente che le strigliate erano ben accette se finalizzate alla crescita di ognuna.
Ebbene, cominciando a lavorare e trasferendomi da Cairo M.tte alla riviera di Ponente, per un certo periodo non ho avuto modo di continuare a giocare; poi, il destino ha voluto farmi trovare una squadra del finalese alle prime armi con la quale ho cominciato, contentissima, una nuova avventura con l’amico pallone. Ho avuto così l’occasione di passare quasi cinque anni correndo nuovamente in un campo con altre ventidue persone, per quasi tutte le domeniche, e cercando di essere presente il più possibile agli allenamenti e di dare il mio contributo al gruppo del quale facevo parte. L’anno scorso però ho dovuto rinunciare a tutto questo e con grandissimo dispiacere, ma la scelta è stata doverosa: purtroppo si è creata una situazione non più sostenibile, e questa introduzione che ho illustrato ne anticipa le motivazioni.
La squadra nella quale ho giocato ha visto infatti passare tante ragazze negli spogliatoi, dai quattordici ai quarant’anni, e ognuna – consapevole o no – ha ascoltato e visto prendere decisioni che col fare squadra hanno ben poco a che fare. Dopo aver dato fiducia ad una persona per tanto tempo, ritengo giusto mettere nero su bianco il fatto che un ex allenatore, passato poi a coprire la carica di dirigente, sia stato la causa per la quale molte ragazze hanno in parte buttato via l’occasione di un’esperienza formativa, per poi trovarsi costrette a cambiare squadra (ed in provincia di Savona non è facile, viste le difficoltà che una formazione di calcio femminile ha per sopravvivere e un territorio che non aiuta gli spostamenti) o addirittura a non volerne più sapere di calcio.
Questo personaggio, apparentemente affidabile, riesce a convincere le società sportive a concedergli la disponibilità delle loro strutture, e raggruppa ragazze di ogni età promettendo loro irraggiungibili corone di alloro; dico irraggiungibili perché, nonostante gli sforzi che durante l’anno queste ragazze fanno, le trame che alle loro spalle questo individuo tesse si concretizzano nella già citata dispersione delle speranze in lui riposte e delle promesse da lui paventate. Troppe volte si dovevano saltare gli allenamenti, rimandati all’ultimo a causa di motivi futili quando regolarmente ci si presentava senza fiatare nonostante cambiamenti improvvisi di giorno ed orario; troppe volte venivano promessi rimborsi spese o pullman per le trasferte, per poi rivelarsi inesistenti; troppe volte si lasciava alle ragazze piu’ “vecchie” la responsabilità delle più giovani, quando le si doveva accompagnare a casa se non si erano attrezzare, oppure ci si doveva spesso attivare, a causa di una palese carenza organizzativa, ad avvisarsi con chiamate e messaggi per comunicare le variazioni dell’ultimo secondo.
Ancor più gravi a parer mio si sono inoltre manifestati atteggiamenti poco educativi in presenza di adolescenti, basti sapere quante squalifiche per comportamenti non appropriati abbia ricevuto questo sedicente mister, e quante bestemmie proliferavano purtroppo dentro e fuori dal campo grazie a lui; e aggiungiamo pure il modo con il quale alcune giocatrici venivano messe a conoscenza di determinate scelte ed altre no, con la conseguenza di creare inevitabili malcontenti e dissapori nello spogliatoio. Dulcis in fundo, l’assistenza a bordo campo era affidata all’iniziativa personale di alcune instancabili panchinare, o talvolta alla bontà dei dirigenti delle squadre avversarie; è anche capitato che, in caso di infortunio, le ragazze si siano dovute arrangiare per recarsi al Pronto Soccorso e, anche dopo un accertamento di trauma grave, difficilmente il soggetto seguiva l’apertura dell’eventuale pratica di denuncia all’assicurazione anzi, nemmeno era in possesso della documentazione adeguata da fornire alle iscritte.
Ebbene, questi sono alcuni tra gli episodi più frequenti e disgustosi che si possono riportare. Vorrei chiarire che la mia testimonianza nasce dalla volontà di evitare ad altre appassionate calciatrici, giovani in particolare, di non poter cogliere la possibilità di scoprire cosa voglia dire praticare uno sport di squadra ed imparare a crescere accompagnate da sani e profondi valori.
Spero che ogni genitore che appoggia la propria figlia nel praticare questo sport meraviglioso possa essere allertato su un amaro aspetto che riguarda non solo quest’ambiente agonistico. Mi auguro inoltre che la FIGC e tutte le società sportive liguri aprano gli occhi e non diano spazio invece ad una persona che evidentemente non è interessata ad insegnare, ma solamente a rincorrere inarrivabili vittorie: i plausi ed il merito si guadagnano solo se si è dotati della necessaria onestà, caratteristica fondamentale di coloro che hanno la responsabilità non solo di formare dei giovani corpi, ma prima di tutto delle giovani menti.
Lettera firmata