
Savona. Si è aperta ieri, in provincia di Savona, la caccia al cinghiale. Sono 9618 i capi che l’Ufficio caccia della Provincia di Savona ha ritenuto abbattibili entro il prossimo 31 gennaio, tenuto conto che già nelle battute di controllo effettuate tra il 1 gennaio e il 15 agosto di quest’anno sono stati uccisi 102 esemplari. Un numero in crescita soprattutto guardando i dati relativi alle ultime due annate: nel 2009, infatti, su 8509 cinghiali disponibili per l’abbattimento, ne furono uccisi 7021, pari all’83 per cento del totale. Ancora superiore il dato relativo allo scorso anno, che su 9478 capi ha registrato l’abbattimento di 8249, ovvero l’87 per cento.
Caccia aperta, quindi, con non poche polemiche, in particolar modo da parte degli agricoltori che da anni denunciano l’inefficacia del sistema, soprattutto per la salvaguardia delle coltivazioni che ogni anno vengono danneggiate dagli ungulati. “Negli ultimi 20 anni questa specie, oltre ad aver vissuto una forte proliferazione, si è perfettamente adattata alle condizioni di vita dell’uomo tanto da spingersi fino ai centri abitati, non solo nei paesi dell’entroterra ma anche nelle cittadine della costa – dichiara il presidente della Confederazione Italiana Agricoltori di Savona Aldo Alberto –. In questi anni, il sistema degli ambiti territoriali di caccia non è riuscito a limitare i selvatici sul territorio ma soprattutto a spingerli nei boschi per evitare che potessero nuovamente scendere a valle. Il numero dei cacciatori è in costante calo e nonostante le aziende agricole si siano trasformate in veri e propri fortini con recinti e sbarramenti che necessitano di costose e continue manutenzioni, gli agricoltori che abbandonano le tradizionali coltivazioni ortive di interi versanti sono in costante aumento”.
Per questo motivo, la CIA ha lanciato la petizione “Cinghiali, la pazienza è finita” per chiedere alla Provincia un nuovo sistema di controllo che vada al di là del semplice sistema venatorio. “Fino ad ora sono oltre 1600 le firme raccolte da presentare all’assessore competente – dichiara il vicepresidente Valter Sparso -. Ai primi di ottobre consegneremo il fascicolo al quale hanno aderito anche numerosi cacciatori perché hanno capito che per controllare questa specie questo sistema da solo non basta, visto che è di fondamentale importanza non distruggere l’equilibrio che esiste tra coltivatori e cacciatori. Un’iniziativa accolta positivamente un po’ in tutta la provincia, in particolar modo nelle zone dell’entroterra, come il sassellese e dell’interva Val Bormida, dove si sono concentrate le adesioni”.
Per risolvere definitivamente il problema, la Cia chiede di passare dal sistema venatorio ad un sistema di controllo con l’identificazione di aree “non vocate ai cinghiali”, ovvero zone specifiche in cui gli ungulati possano vivere ma dalle quali non possano sconfinare (come si cerca di attuare in altre regioni italiane come nell’appennino tosco-emiliano e in alcune zone del cuneese); l’approvazione di uno specifico piano di controllo provinciale che contempli zone a densità zero, il livello di densità in altre zone, l’autodifesa con l’attuazione di tutti i metodi necessari al contenimento, consentendo anche il meccanismo d’invito a singoli cacciatori sul fondo da chi non possiede il porto d’armi; consentire metodi di abbattimento come il tiro di appostamento anche notturno, gabbie e recinti di cattura; l’attivazione di un osservatorio permanente che verifichi con cadenze regolari le situazioni e le aree di crisi e meccanismi di responsabilizzazione dei cacciatori nella caccia ordinaria al cinghiale con verifiche dei risultati, prevedendo la rotazione delle zone di caccia, che non possono essere intese come patrimoni inamovibili, perché l’attività economica agricola non può essere messa sullo stesso piano di una attività del tempo libero.