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Con il film Shutter Island si chiude la rassegna “Noli, i colori del cinema”

Redazione
22 Agosto 2011 alle 16:13
22 Agosto 2011
Con il film Shutter Island si chiude la rassegna “Noli, i colori del cinema”
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Noli. “Noli, i colori del cinema”, ha avuto un successo di pubblico e un’attenzione da parte dei mezzi di comunicazione che il Comune di Noli e l’associazione culturale Kinoglaz, organizzatori dell’evento, non si sarebbero mai aspettati. Soprattutto le proiezioni per i bambini, precedute dai laboratori della compagnia teatrale Maniambulanti, hanno visto la spiaggia dei Pescatori gremita come mai era capitato nelle sere d’estate.

Lunedì 22 agosto si conclude questa prima edizione con Shutter Island, l’ultimo film del più importante regista vivente (definito così dalla critica): Martin Scorsese, autore in passato di capolavori come Toro Scatenato e Taxi Driver (con protagonista Robert De Niro) che, accanto al suo nuovo attore di riferimento, Leonardo Di Caprio (The aviator, Gang of New York, The departed, oscar alla regia) si rituffa nei giochi ossessivi della mente in un thriller dove a dominare è il senso di colpa.

L’autore americano, di origini italiane, trae la sceneggiatura dal libro “L’isola della paura” di Dennis Lehane dove il romanziere cerca di raccontare a suo modo il senso d’insicurezza degli Stati Uniti e la loro perdita d’identità dopo l’11 settembre ambientando la storia nel 1954 (periodo che ha importanti punti di convergenza con l’oggi) in un’America violenta e ingannata: la seconda guerra mondiale è finita da poco lasciando una scia grigia di delitti impossibili da cancellare e che si riversano nei sogni, nei ricordi e nei pensieri, mentre in patria l’ombra del Maccartismo ha imposto il sospetto negli occhi del cinema. Teddy Daniels, il protagonista di Shutter Island vive delle ossessioni, legate a filo doppio con il suo passato. La moglie che non c’è più. E i campi di concentramento nazisti di Dachau, ricordo indelebile del suo passato da soldato nella Seconda Guerra Mondiale. Ossessioni che si mescolano, e che cerca di evitare scappando. Non fisicamente, come il protagonista de Le catene della colpa, ma attraverso un proprio viaggio mentale. Un labirinto della mente senza via d’uscita.

Ma sono davvero tanti i film, oltre a quello citato di Tourneur, fonte d’ispirazione; titoli che Scorsese ha messo in visione dell’intera troupe prima dell’inizio delle riprese: Vertigine di Otto Preminger, La donna che visse due volte di Alfred Hitchcock e diversi altri noir degli anni Quaranta e Cinquanta di Fritz Lang (Strada scarlatta, Dietro la porta chiusa) e Samuel Fuller presente qui per i ribaltamenti narrativi, per l’imprecisione dei confini tra realtà, sogno, ricordo e incubo e la conseguente inafferrabilità delle fisionomie dei protagonisti e per i loro frequenti slittamenti tra ‘colpevolezza’ e ‘innocenza’, tra ‘santità’ e ‘follia’ e soprattutto per l’incombenza fisica, percettibile del senso di colpa. (Il corridoio della paura di Fuller per l’ambientazione in un’istituzione psichiatrica e l’ambivalenza della figura del protagonista e per la secca durezza di certe scene come per la sensazione di insicurezza paranoica che pervade l’atmosfera).

Scorsese pesca anche nel suo cinema. Cape Fear è naturalmente il primo titolo che viene in mente ripensando alla due locandine gemelle, all’incipit musicale, al tatuaggio cristologico di uno dei pazienti molto simile a quello di De Niro e ancora la pazzia, il meccanismo del doppio, il destino che riporta alla luce un senso di colpa frettolosamente accantonato, il riflesso reciproco tra il senso d’insicurezza individuale e la perdita d’identità di una Nazione si rincorrono come temi dominanti di entrambe le pellicole anche a vent’anni di distanza una dall’altra (Cape Fear a sua volta omaggiava Il promontorio della paura di J. Lee Thompson del 1962).

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