Ciao Tomschi!
Sono uno dei tanti che oggi si sentono più poveri per la tua assenza, ma sempre ricchissimi per gli insegnamenti ed i valori che hai trasmesso. Ci hai accolti che avevamo poco più di dieci anni e portavamo i calzoncini corti e ci davi del lei per farci capire che chi vuole rispetto deve essere il primo a darlo agli altri. Eppure tu eri il professore già affermato, importante, il campione di Campanile Sera, mentre noi eravamo solo dei monelli che iniziavano a diventare grandi!
Ci hai reso la scuola piacevole con le tue mille invenzioni: i tomschi, il giro d’Italia, le gare di verbi, le frasi del buongiorno. Se sono diventato insegnante è stata colpa o merito tuo, perché dopo tre anni trascorsi con una persona come te non potevo scegliere un’altra strada. E ho cercato di trasmettere, a mia volta, quello che tu generosamente avevi donato a me e ai miei compagni. E ricordo con quanta gioia negli occhi seguivi i successi di ognuno di noi, di chi era diventato primario, giudice, sindaco, commerciante, ma soprattutto di chi era riuscito ad essere un buon padre di famiglia, un uomo onesto, un esempio di rettitudine.
Lo scorso novembre ci siamo ritrovati, dopo cinquanta anni, per una festosa cena di classe. Per la prima volta ci hai dato del tu e lo hai voluto per te da parte nostra. Tu eri felice per questo incontro ed in buona salute, ma al momento dei saluti ci hai detto con serena malinconia che il tuo viaggio si avvicinava alla meta e che ne eri contento perché ti sentivi stanco e non ti riconoscevi più in questo mondo. Noi ci abbiamo scherzato un po’ su, ma ancora una volta hai avuto ragione.
Ciao Tomschi! Ti accompagna il ricordo dei tuoi tanti ex alunni, anzi dei tuoi alunni, perché, come dicevi tu, gli alunni, per un vero insegnante, non diventano mai ex. Al mio maestro di scuola e di vita.
Gino Rapa