
India. E’ il 7 febbraio del 2010 quando le porte del carcere di Varanasi si chiudono dietro le spalle di Tomaso ed Elisabetta. Tre giorni prima, il loro amico e compagno di viaggio Francesco Montis, era stato trovato agonizzante nella camera dell’hotel “Buddha” che i tre condividevano nella periferia della città che si trova a 700 chilometri dalla capitale Nuova Delhi, per poi morire dopo una disperata corsa in ospedale.
Le indagini da parte del vicecommissario Sageer Ahmad scattano immediatamente e, a seguito di un’autopsia giudicata da molti frettolosa ma che, secondo l’accusa, avrebbe rivelato segni di colluttazione, i due ragazzi, lui albenganese e lei torinese, vengono arrestati con l’accusa di omicidio. Tra i tre, dicono gli inquirenti, c’era un torbido triangolo amoroso che Francesco, ad un certo punto, non avrebbe più sostenuto: di qui il presunto assassinio e il movente passionale. A nulla è servita la dichiarazione dei genitori della vittima che hanno sempre sostenuto che il loro figlio soffrisse di gravi crisi respiratorie e che non era stato ucciso: Tomaso ed Elisabetta finiscono dietro le sbarre.
E così è stato per 17 mesi e mezzo, in cui hanno dovuto fare i conti un’accusa terribile, un regime carcerario certamente non all’acqua di rose e un processo a singhiozzo con continue udienze rimandate per i motivi più svariati: sciopero degli avvocati, lutti, feste religiose e testimoni che non si presentavano in aula. Continui i viaggi dei genitori di Tomaso per cercare di assistere a dibattimenti incomprensibili – visto che si tenevano in lingia indi – e per portare conforto ai due giovani.
Gli avvocati della difesa, che hanno sempre sostenuto la tesi della morte naturale, hanno cercato di smontare pezzo dopo pezzo un’accusa che sembrava senza fondamenta: “Non vi è un movente, non c’è una sola prova che ‘racconti’ che Francesco sia stato ucciso”, hanno sempre detto ai genitori che, giovedì, sono partiti alla volta dell’India col cuore pieno di speranza. E che, oggi, non possono che tacere di fronte a un destino così inaspettato.