
India. Quella di domani sarà l’ultima udienza del processo di Varanasi che sta tenendo tre famiglie col fiato sospeso da 17 mesi: quelle degli imputati, l’albenganese Tomaso Bruno e la torinese Elisabetta Boncompagni, accusati di omicidio, e quella di Francesco Montis, il ragazzo sardo morto nel corso di un viaggio in India insieme ai suoi amici in circostanze che verranno chiarite con una sentenza attesa da troppo tempo.
“Mia moglie sente telefonicamente tutti i giorni i familiari di Elisabetta e quelli di Francesco: questi ultimi non vedono l’ora, come noi, che tutto finisca, e che loro figlio possa riposare in pace – dice Luigi Euro Bruno, papà del ragazzo ingauno – Oggi c’è stata un’udienza con le repliche dell’accusa che si è tenuta nell’ufficio privato del giudice visto che presso il tribunale di Varanasi è in corso l’ennesimo sciopero. Per cui anche per quello di domani, così come per tutti i dibattimenti in aula che si sono tenuti in questi 17 mesi, dobbiamo usare il condizionale: dunque sì, dovrebbe tenersi in mattinata. Poi il giudice avrà una decina di giorni per la sentenza”.
“Stiamo aspettando indicazioni dai nostri avvocati per capire quando sarebbe meglio partire per l’India – dice Bruno – Siamo ovviamente in ansia. Posso però dire che, se fossi uno spettatore esterno, senza le paure che inevitabilmente attanagliano chi vede la vita dei propri cari in qualche modo a rischio, direi che il risultato finale sia scontato. I nostri legali di Nuova Delhi hanno fatto un lavoro eccellente: hanno smontato senza ombra di dubbio un’accusa che non sta in piedi, hanno posto l’accento su un’assenza di prove quasi imbarazzante e su un movente che non esiste. L’ipotesi di uno strangolamento per motivi passionali e di uno strano triangolo amoroso è a dir poco ridicola e non vi è uno straccio di elemento a favore di questo quadro fantasioso. Come sta Tomaso? E’ calmo, come chi sa di avere ragione e aspetta solamente che venga posta la parola ‘fine’ ad un incubo che lo perseguita da troppo tempo”.