
Cairo Montenotte. Un tavolo istituzionale dal quale possa uscire un accordo per garantire il mantenimento produttivo e occupazionale dell’Italiana Coke. Lo chiedono i sindacati, che oggi hanno inviato una lettera alla Regione, alla Provincia di Savona e al Comune di Cairo Montenotte. Le ordinanze per imporre il rispetto delle prescrizioni ambientali e il monito dell’assessore regionale Renata Briano all’azienda suonano come un campanello d’allarme per le organizzazioni sindacali, che temono ripercussioni sui lavoratori: circa 400 addetti, da conteggiare insieme con gli operatori delle Funivie, un centinaio, e tutto l’indotto.
“Siamo preoccupati e un po’ arrabbiati – esordisce Fulvio Berruti, segretario provinciale di Filcem Cgil – Bisogna mettere in moto un percorso coinvolgendo le istituzioni, per avere una visione globale del problema, non una visione a compartimenti stagni. Vorremmo capire se si tratta di ordinanze pertinenti. Non intendiamo invadere campi che non ci riguardano, ma desideriamo inquadrare la problematica da un punto di vista politico e sindacale. Qui si tratta di un’azienda che ha fatto investimenti rilevanti, che ha atteso sei anni di gestazione per ottenere l’AIA e che è una delle più grandi realtà economiche della provincia savonese”.
Comitati valbormidesi avevano segnalato alcune criticità ambientali che poi sono passate all’attenzione della Procura della Repubblica e della Regione, che ha appena tirato le somme sui dati dei sopralluoghi dell’Arpal effettuati a giugno nello stabilimento. Secondo l’assessorato all’ambiente della Regione, sulla scorta dei pareri di Asl e Arpal, sarebbero emerse incongruenze tra quanto previsto dall’autorizzazione integrata ambientale e quanto effettivamente attuato dall’azienda. Nel mirino c’è lo smaltimento illecito di sostanze, l’accensione della torcia generale senza interruzione (e non solo in caso di emergenza, il riutilizzo nel ciclo della lavorazione di sottoprodotti-scarto.
“La cokeria deve mantenere gli standard di sicurezza imposti – sottolinea Berruti – E’ altrettanto certo, però, che come si considera la sicurezza dei cittadini che vivono fuori dalle cinta dello stabilimento, bisogna tenere conto della sicurezza e delle ragioni dei lavoratori. Quindi è opportuno realizzare un tavolo istituzionale. Si tratta di un’azienda chiave della Valbormida e della provincia, che ha assunto 40 persone espulse dal ciclo produttivo di Ferrania, capace di mettere in campo grandi investimenti”.