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Raccolta differenziata, Verdi savonesi: “Risultati scarsi. No agli inceneritori, riduciamo gli scarti”

Giulia Magnaldi
14 Aprile 2021 alle 9:49
14 Aprile 2021
Raccolta differenziata, Verdi savonesi: “Risultati scarsi. No agli inceneritori, riduciamo gli scarti”
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"Basterebbe una migliore organizzazione per raggiungere livelli più soddisfacenti"

Savona. “E’ necessario un nuovo piano di prevenzione capace di ridurre la produzione degli scarti, rendendo insensata la richiesta di nuovi “inceneritori” (o “termovalorizzatori” – quando c’è recupero di energia) nel rispetto delle nuove direttive europee ed italiane”, è questa la proposta di Gabriello Castellazzi, il portavoce dei Verdi della provincia di Savona.

Gli ultimi dati ufficiali dimostrano come siano ancora scarsi i risultati della Liguria nella raccolta differenziata dei rifiuti (solo il 53,4% nel 2019) e le conseguenti difficoltà per un loro corretto smaltimento. La provincia di Savona fa registrare questi ridotti incrementi annuali: nel 2017 (58,10%), nel 2018 (59.9%), nel 2019 (61,5%). Il solo Comune di Savona nel 2019 ( 43,78% ).
La provincia di Imperia nel 2017 (43,69%), nel 2018 (46,24%), nel 2019 (54,4%), il solo Comune di Imperia nel 2019 (66,86%). Sempre nel 2019 il Comune di Genova il 35,52% e il Comune di La Spezia 73.90%.

Tenuto conto che ben 26 Comuni liguri riescono a superare l’80% è evidente che una migliore organizzazione porterebbe a risultati uguali a quelli dell’Emilia Romagna (nel 2019 il 71%).
Nella Giunta Regionale ligure prevalgono forze che invocano gli “inceneritori” invece di agire per l’attuazione di sistemi moderni di gestione dei rifiuti, e raccolgono consensi andando contro le recenti decisioni del Parlamento italiano. Questo avviene perchè si è ancora intimamente legati ad una “economia lineare” basata sul sistema: sfruttamento delle risorse naturali – produzione dei beni di consumo – smaltimento dei rifiuti in qualsiasi modo (inceneritori, discariche,ecc.) dopo una scarsa raccolta differenziata.

Le conseguenze sono: inquinamento dei terreni con veleni di ogni genere, riscaldamento dell’ atmosfera con la CO2 e avvelenamento del mare con la microplastica. Una catena irrazionale, in netto contrasto con la moderna “economia circolare”, la quale punta invece sull’utilizzo razionale dei beni naturali (vegetali e minerali) e il loro recupero- riciclo, evitando il saccheggio del territorio. Con il risultato di trasformare i cosiddetti “rifiuti” in nuove risorse nel contesto di uno sviluppo sostenibile globale.

Un programma che stenta a prevalere, nonostante i tanti convegni e le precise norme promulgate dal Parlamento italiano, non riuscendo a competere con decenni di “cultura economica lineare”, che spesso invoca, in alternativa, l’incenerimento come soluzione auspicabile. E’ quindi necessario un nuovo piano di prevenzione capace di ridurre la produzione degli scarti, rendendo insensata la richiesta di nuovi “inceneritori” (o “termovalorizzatori” – quando c’è recupero di energia) nel rispetto delle nuove direttive europee ed italiane.

L’ art. 1 della Legge 3 sett, 2020 n°116 relativa al “trattamento di imballaggi e rifiuti”dice in modo chiaro: “è necessario evitare o ridurre la produzione di rifiuti, questo è fondamentale per il passaggio ad una “economia circolare”. Aggiungendo successivamente: “si deve rafforzare la prevenzione, il riutilizzo, il riciclaggio e il recupero dei rifiuti”. Infatti, partendo dal “Next Generation Fund”, la norma indica come la prevenzione sia uno degli obiettivi cui devono tendere tutti i produttori di beni di consumo, nell’ambito del “Programma Nazionale di Prevenzione dei Rifiuti”, per sostenere l’uso di prodotti durevoli, annullando l’obsolescenza programmata.

Deve essere quindi incoraggiato il recupero dei prodotti creando sistemi che impediscano la loro dispersione nell’ambiente, o l’incenerimento dopo il loro utilizzo. La legge indica le misure necessarie a “premiare il conferimento a sistemi di racconta differenziata mediante incentivi economici, garantendo i servizi anche nelle zone svantaggiate” e riserva particolare attenzione alla riduzione dei rifiuti alimentari, prevenendo gli sprechi e incoraggiando la donazione delle eccedenze, indicando la loro necessaria ridistribuzione, vincolando tutti ad un impegno concreto in questa direzione entro il 2021.

In conclusione, le “discariche”e gli “inceneritori” non saranno mai la soluzione dei nostri problemi. L’Italia paga già multe salate all’Unione Europea per l’inquinamento prodotto da circa 200 “discariche” a cielo aperto. Il neo-ministro per la “Transizione Ecologica” Roberto Cingolani dovrà fare i conti, nel rispetto della legge, con i 51 “inceneritori” già presenti sul suolo italiano. Di questi solo 36 sono oggi pienamente funzionanti (29 nel nord-Italia) perchè risultano economicamente vantaggiosi in quanto riescono a bruciare almeno 100.000 tonn./anno di rifiuti.
Ma se venisse realizzato un “inceneritore” in Liguria si dovrebbe dire addio alla raccolta differenziata.

Gli “inceneritori”, in seguito alla combustione, producono sostanze chimiche altamente tossiche: PCDD (paraclorodibenzodiossine), PCDF (paraclorodibenzofurani) e, secondo l’associazione “Medici per l’Ambiente” affiliata ISDE (International Societyof Doctor for the Environment): “l’incenerimento dei rifiuti ne riduce solo il volume, trasforma materiali relativamente inerti in rifiuti altamente tossici; nelle popolazioni esposte alle emissioni di inquinanti sono stati segnalati numerosi effetti avversi sulla salute (neoplasie, malformazioni, patologie polmonari, ecc.) e la relazione conclude dicendo “come sia già troppo lunga la lista delle lezioni apprese in ritardo da pericoli conosciuti in anticipo e non è proprio il caso di aggiungervi i guai che inevitabilmente deriveranno dall’incenerimento dei rifiuti”.

Gabriello Castellazzi

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