
“[…] ma dall’agguato il figlio si sporse con la mano/sinistra e con la destra prese la falce terribile,/grande, dai denti aguzzi, e i genitali del padre/con forza tagliò, e poi via li gettò”. Siamo arrivati ai versi 178 – 181 della Teogonia, si consuma il primo parricidio, almeno nel suo valore simbolico, al quale un secondo seguirà, ma di quest’ultimo per ora non ci occupiamo, lo sottolineo solo per ribadire quanto anticipato: la dinamica della storia richiede un ciclico rinnovamento ed il giovane spodesta l’antico prendendone il ruolo. Chi ha seguito il percorso genealogico del pantheon greco ricorderà la puntualizzazione circa la logica fallocratica del potere, non è un caso che il giovane Crono privi il “potente” genitore dei genitali riducendolo così alla “impotenza”, ma andiamo per ordine.
Intanto una necessaria precisazione: la divinità di cui stiamo trattando si chiama Crono, è il signore della fertilità, dell’agricoltura e … del Tempo, ma del tempo inteso come armonia logica degli eventi, l’aratura che precede la semina alla quale segue la crescita per concludere il proprio ciclo con la raccolta. Un tempo contadino, elementare e funzionale, il tempo dell’uomo delle origini, infatti l’uomo diventa tale con la stanzialità e la coltivazione. Il Tempo di Crono implica la naturalità del nascere e del morire, della fecondazione e della gestazione, è un tempo che non si discosta molto da quello animale e vegetale, inconsapevole e necessario. Ho ritenuto utile precisare quanto sopra per non indurre il lettore a confondere Crono con Chronos che è sempre il dio del Tempo ma in un contesto molto diverso anche se prossimo, quello della cultura misterica dell’orfismo. Un’attenta analisi comparata delle due idee di Tempo non è realizzabile in questo contesto, ci basti puntualizzare che la Teogonia orfica pone l’archè in due entità divine: l’acqua e la materia. È dalla loro unione che si genera Chronos, un serpente multiforme, toro e leone ma anche essere alato e comunque divino. Dalla sua successiva copula con Ananke, divinità che i miei lettori già conoscono, nacque il Caos e nel Caos, voragine dove ancora tutto è indistinto, si manifesta l’Uovo dal quale, dalinianamente, scaturisce un essere ermafrodita portatore dei semi di tutte le creature future il cui nome era Protogono. La promiscuità fra le due prospettive teogoniche è evidente, ma altrettanto macroscopiche sono le differenze che, nel prosieguo della storia greca e della conseguente definizione della teologia, scompariranno quasi del tutto.
Bene, possiamo ora proseguire con la narrazione esiodea. Che la linea del potere sia palesemente patriarcale è evidente, il figlio evira il padre, gli toglie il potere virile, lo scettro, lo rende vecchio ed impotente per poter celebrare il nuovo signore degli dei, se stesso, giovane, fertile e virile. Lo scettro passa di mano da padre in figlio ma la logica, quella stessa che aveva giustificato il gesto di Crono, è alla base della medesima circolarità del tempo e della vita che aveva condannato all’impotenza Urano ed elevato al trono Crono. Se è giusto e necessario che il giovane esautori e sostituisca l’anziano, non può, per il principio stesso di non contraddizione, essere giusto e necessario che l’anziano provi ad interrompere il sapere necessario del Fato. Solo una breve riflessione sul concetto di giusto e corretto che troppo spesso vengono utilizzati impropriamente come sinonimi, mi spiego: se affermo che 3 + 5 = 8 non esprimo un concetto giusto ma corretto, il giusto e lo sbagliato sono da ricercare nella logica generale dalla quale si ricavano le regole della somma, dell’uguaglianza e della quantità concettual-empirica espressa dal numero. Se le premesse sono giuste, l’applicazione delle regole conseguenti può essere corretta o scorretta in relazione alle regole stesse. Spero che l’esempio abbia chiarito la prospettiva che vorrei ora applicare al caso di Crono. Se il comportamento di Urano tendeva ad infrangere le regole necessarie al funzionamento del tutto così da giustificare l’atto violento di Crono, allo stesso modo, il medesimo comportamento di Crono avrebbe giustificato eticamente una simile reazione da parte di un figlio. Che poi Crono non comprendesse l’assurdità del suo agire non fa che confermare che il potere al maschile ma, aggiungo io, indipendentemente dal sesso e quindi anche al femminile se diviene potere, il potere in tutte le sue forme, per farla breve, è moralmente un abominio se comporta il controllo e la prevaricazione di un uomo su un suo simile.
Quanto appena affermato si riferisce al fatto che Crono, saputo che un suo figlio lo avrebbe spodestato, come era noto al Fato, si rivelerà degno figlio di tanto padre e risolverà il problema sbranando i propri figli appena nati. In natura un simile comportamento è quello del leone maschio nei confronti dei suoi cuccioli maschi, anche in quel caso la madre li difende dalla ferocia del potere al maschile generalmente salvandoli dal bisogno di perpetrazione dello stesso peculiare nel compagno. Ma non intendo concludere l’analisi con la vicenda del conflitto tra Crono e la sua sposa Rea che salverà la definitiva generazione olimpica guidata dal grande Zeus senza prima soffermarmi su alcune conseguenze dell’evirazione di Urano: “[…] quante gocce sprizzarono cruente/tutte le accolse Gaia e nel volger degli anni/generò le Erinni potenti e i grandi Giganti/di armi splendenti, che lunghi dardi tengono in mano,/e le Ninfe che chiamano Melie”. Tutti i nuovi esseri, elencati da Esiodo nei versi 183 – 187, generati dall’unione di Gaia e del sangue feroce di Urano hanno una caratteristica comune: la violenza. Le Ninfe Melie sono le ninfe dei frassini, alberi il cui legno, particolarmente resistente, veniva utilizzato per la costruzione di lance. I Giganti, esseri mostruosi e fortissimi, diedero vita alla gigantomachia, simbolo della guerra tra il caos, oramai concepito con una accezione negativa, e le divinità olimpiche, immagine antitetica di ordine ed armonia. Infine le Erinni, ( Aletto, Tisifone e Megera ) donne alate dai capelli serpentini, feroci ed armate erano il simbolo del fondamento della legge più arcaica e meno olimpica che si conosca: la vendetta.
Solo un’ultima nota che chiude questo nostro incontro ed apre al prossimo che, almeno credo e solo per il momento, dovrebbe concludere il ciclo degli attuali appuntamenti sulla mitologia greca: non tutto ciò che è nato dall’ablazione di Urano ha dato vita a esseri violenti, al contrario, la divinità più bella e desiderabile della religione greca è figlia, più o meno voluta, di Urano che, però, la genera cambiando partner e non attraverso il sangue. Con questo accenno a metà tra la grandezza della tecnica di Ariosto e l’ovvietà delle strategie televisive, rimando al nostro prossimo appuntamento.
Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì.
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