
Pizze, focacce, bignè.
Bomboloni, crostate, calzoni.
Gli anelli alla mia mano sinistra sono incrostati di farina.
Impasto.
La finestra proietta l’alba sulla spianatoia e sulla farina.
Le antenate, evocate dal profumo di farina e lievito, spiegano un grembiule inamidato e se lo annodano sui culoni abbondanti, si intrecciano le crocchie sulla testa, si sfilano gli anelli e mi dondolano accanto.
Acqua. Tiepida e non bollente. O ammazzerai il lievito.
Olio. Pugliese e così verde che mi sbatte in faccia l’odore dei muri bianchi del Salento, le cicale nel silenzio, le ombre nette delle foglie di olivo come tatuaggi sulla pelle a mezzogiorno. Le antenate si guardano tra loro sognanti. Le rivedo sedute fuori dal catoio, sulla sedia di paglia, col le gonne alzate e gli occhi stretti a fessura nel sole del primo pomeriggio.
Lievito. Scioglilo dolcemente nell’acqua.
A Stella quello a cubetti è finito. La panettiera ne elargisce a tocchi grandi dalla sua scorta personale, con la stessa faccia di una che sa che sta regalando un momento di pace a qualcuno che non sta tenere ferme le mani.
Sale. Non troppo. Non troppo poco. Potrei prendere la bilancia ma le antenate con un gesto tolgono qualsiasi dubbio: a sentimento. E’ l’unica unità di misura possibile.
Zucchero. Per attivare il lievito, dice la scienza. Le mie nonne sghignazzano coi bei denti bianchi in bella vista sulle labbra grinzose e baffute. Niente scienza in cucina. Lo zucchero ci va. Senza amore nessuna ricetta riesce.
Acqua.
Un miscuglio orribile e scomposto. Grumi e rivoli di fanghiglia grigiastra. La spianatoia si insozza e si macchia. Una lama di sole dalla finestra accende la vista sul disastro.
Tutto rimane sulle mani, le imprigiona, le soffoca, le ricopre.
Che cosa ho combinato?
Avevo ingredienti perfetti e ora di fronte a me è una carneficina.
Avevo un mondo perfetto e ora c’è solo morte e dolore e solitudine e un grumo di corpi e malattia.
Avevo un lavoro, amici da incontrare, cose da fare, mostre da vedere, futuro da vivere.
Le antenate sorridono. Mi asciugano le lacrime col grembiule e mi prendono tutte le mani.
Raccogliamo grumi, pezzi informi di impasto, agglomerati di ingredienti sparsi per la spianatoia.
E le mani vanno insieme, una sull’altra, una dopo l’altra.
Energia di nonne, bis nonne, trisavole su farina, acqua, sale, zucchero olio e lievito.
Le ciocche fuggono dalle crocchie, i culoni dondolano nello sforzo, il disordine si fa ordine, l’impasto si fa elastico, setoso, liscio.
Lasciamo sulla spianatoia pulita una palla candida, perfetta e gravida di profumo e di promesse.
Il sole è alto e le antenate si dissolvono con l’alba.
Torneranno domattina a cercare con me la via per dare un senso al disordine e al dolore e a ricordarmi che senza zucchero non riesce nessuna ricetta. E nemmeno la Vita.
“Rosso Pistacchio” è la rubrica di Marzia Pistacchio, che ama definirsi “una truccatrice struccata”. Ogni martedì uno spazio al femminile dal taglio volutamente “leggero” in cui parlare a 360 gradi di tutto ciò che ruota intorno alle donne. In salsa savonese, naturalmente. Clicca qui per leggere tutti gli articoli