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Tra il vuoto del presente e l’incertezza del futuro: il mondo sportivo e una pausa mai vissuta in precedenza

La sosta forzata, condivisa e accettata da tutti, è giunta proprio quando la stagione stava entrando nella fase più attesa

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Tra il vuoto del presente e l’incertezza del futuro: il mondo sportivo e una pausa mai vissuta in precedenza
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Fedele specchio della società civile, della quale del resto è una forma di espressione, e con la quale ha un indissolubile legame, il mondo sportivo è stato travolto dall’emergenza Coronavirus. Ed essendo una manifestazione della comunità, l’ha vissuta con identico susseguirsi di sensazioni.

Dall’iniziale scostante atteggiamento di chi non si sente toccato da vicino ai primi timori, dai tentativi di sminuire il pericolo di alcuni ad una sorta di panico in cui sono caduti altri. Nel mezzo, tutte le possibili sfaccettature delle umane apprensioni, fino a giungere alla rassegnazione, all’accettazione, alla comprensione, al buonsenso, in una sorta di presa di coscienza collettiva. E allora spazio ad atteggiamenti maturi, senza alcuna polemica, perché in questo periodo non sarebbe il caso di sollevarne. E così è stato per davvero: nessun dubbio su cosa fosse giusto fare. Per una volta, tutti uniti a fare fronte comune contro l’emergenza.

Subdolo, quanto il disegno ordito da una mente cinica, il contagio è esploso proprio alle porte della fase clou della stagione. A spaccare in due l’annata sportiva, proprio quando si stava incamminando verso l’apogeo, indirizzata ai momenti decisivi. Quelli più emozionanti ed attesi: le gioie che motivano l’agonismo e gli sforzi profusi durante gli allenamenti, e le delusioni a fare da contraltare.

È giunto proprio quando la tensione mentale stava crescendo per il rush finale, e con essa la forma fisica, per arrivare al massimo agli appuntamenti cruciali. Ai campionati italiani, ai tornei da non fallire, alle sfide per la promozione o per la salvezza, alle partite determinanti per centrare gli obiettivi. E invece nulla, fermi tutti.

Ci si era illusi di poter riprendere subito, o quasi. Magari con qualche accorgimento in più, con una maggior prudenza, ma per ritrovare in fretta la normalità. Qualche rinvio, seguito da un’immediata riprogrammazione delle partite. Allenamenti sospesi, poi ripresi. Poi, però, sono arrivati nuovi rinvii, cancellazioni, confusione di fronte ad un fenomeno troppo incerto nel suo evolversi. Un navigare a vista divenuto ben presto stancante, poi persino snervante, estenuante.

E così lo stop, prima temuto, al punto che in molti casi si era cercato di scongiurarlo, poi è divenuto atteso, addirittura gradito. Basta con le incertezze e i tira e molla, non è tempo di panem et circenses, perché manca la serenità per poter giocare. Perché lo sport è un gioco, ma è anche una cosa seria.

Era preferibile uno stop sine die, fin quando l’emergenza non sarà del tutto rientrata. E così è stato. Sempre meglio dell’affliggente spettacolo a porte chiuse, così distante dall’eccitazione insita nello sport. La pallavolo, il calcio e il basket di Serie A, così la Davis Cup di tennis, per fare alcuni esempi, ci hanno mostrato, attraverso gli schermi, il surreale clima delle partite senza pubblico. Spalti completamente vuoti come in un allenamento, urla di esultanza ovattate e poco convinte, perché prive del trascinamento della platea.

Per sua fortuna, lo sport savonese non ha conosciuto tale desolazione. Solamente la Rari Nantes ha giocato nel vuoto teatro della piscina di Siracusa, in uno scenario che ha reso stridenti la presentazione delle squadre e gli stacchi musicali tra un tempo e l’altro, elementi di spettacolarizzazione concepiti per un pubblico che non c’era.

Perché tra evento sportivo e pubblico il legame è inscindibile, al punto che la gente che assiste alle partite è parte stessa dello show. Che siano le migliaia di spettatori del grande evento o le poche decine dei meno coinvolgenti campionati locali, le persone che guardano, incitano, commentano sulle tribune dei palasport, dei campi sportivi, delle piscine sono coreografia imprescindibile spettacolo nello spettacolo. Ingeneroso nonché deprimente farne a meno; quando si ripartirà, ci dovranno essere tutti: giocatori e tifosi.

Uno stop a tempo indeterminato, si diceva. In realtà, una data il Coni, in linea col Governo, l’ha stabilita. Tutti fermi fino a venerdì 3 aprile. Da sabato 4 si potrà ripartire. Nessuno, però, ancora si azzarda a parlarne: le giornate che ci separano da tale data appaiono lunghe e incerte. La logica e la razionalità, supportate dagli studi, indicano queste tre settimane e poco più come un tempo sufficiente ad arginare il rischio epidemiologico. Certamente non è ancora possibile garantire che la ripresa avverrà effettivamente e c’è anche chi azzarda previsioni ben più nefaste, con conseguente annullamento dell’intera stagione in corso.

Se, come ci si augura, si ripartirà tra ventitré giorni, a breve le varie federazioni dovranno riscrivere i calendari delle gare rimanenti da giocare. La stagione dello sport di squadra termina il 30 giugno, però, a complicare la situazione, c’è il fatto che siamo nell’anno delle Olimpiadi; il calcio deve terminare prima del solito per fare spazio ai campionati europei. In sintesi, andrà recuperato tutto nel giro di due mesi, non di più.

Saranno numerosi i recuperi da fissare, saranno tanti i turni infrasettimanali; slitterà la fine di quasi tutti i campionati. Si riprenderà senza allenamenti, perché per i dilettanti sono stati fermati ed anche questo è un obbligo che tutti dobbiamo rispettare. Ma se a fine stagione qualcuno fallirà gli obiettivi prefissati, siamo certi che nemmeno a bassa voce avrà la sfrontatezza di parlare di “campionato falsato”. Perché no, non sarà proprio il caso.

In questo momento si fa sentire solamente la sensazione di vuoto. Non è lo stesso vuoto che si avverte nella pausa di fine anno, perché, pur sapendo che tra Natale e l’Epifania si stacca e non si gioca, il pensiero è già rivolto alla ripresa, con date ben precise e sfide da affrontare ben note. Non è nemmeno il vuoto che gli sport di squadra vivono nel mese di giugno, perché, anche se la nuova stagione appare la lontana, i dirigenti lavorano alacremente, iniziano a girare le voci di mercato e le novità si vivono sui fronti societari, con fusioni e ripescaggi.

Da appassionati di ciclismo dobbiamo accettare un irreale mese di marzo senza la Milano-Sanremo sulle nostre strade; da cultori del tennis stiamo temendo fortemente di non poter assistere al torneo di Monte-Carlo nel vicino Country Club. Col timore legato ad un’attesa che potrebbe terminare con la cancellazione e la fine anticipata di tutti i campionati della stagione in corso, in un epilogo frustrante.

Insomma, chi vuol esser lieto sia, perché di doman non c’è certezza; ma se i celebri versi del Magnifico Lorenzo ci rammentano a ragion veduta l’incertezza di ciò che ci attende, noi ora non possiamo nemmeno godere del presente che ci ritroviamo a vivere, sospesi in questa sfibrante carenza di una parte importante della nostra vita che mai prima d’ora avevamo vissuto. Perché ci si rende conto di quanto sia bello un qualcosa soprattutto quando viene a mancare. Il monito, forse banale ma nemmeno così scontato, che ci lascia questa opprimente sosta, è un invito a goderci al meglio gli svaghi che lo sport riprenderà a concederci quando tornerà ad essere protagonista nelle nostre vite, a scandire e riempire i nostri weekend, apprezzandone al massimo divertimento e libertà.

Christian Galfrè
11 Marzo 2020 alle 11:05
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