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Cronaca

A casa malata di Coronavirus, storia da brividi di un’infermiera del Santa Corona: “Vi racconto il nostro inferno”

“Combatto con l’infezione da 2 settimane: errore consentire a parenti provenienti da zone rosse di accedere in ospedale senza dpi”

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A casa malata di Coronavirus, storia da brividi di un’infermiera del Santa Corona: “Vi racconto il nostro inferno”
Foto di repertorio
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Pietra Ligure. Prima è toccato alla Cina, con video sui social, post e racconti al limite del surreale. “Ma la Cina è lontana”, il pensiero che inconsciamente ha dominato tanti di noi e lo fa ancora oggi, parlando della Lombardia, dove si sprecano le notizie tragiche, che arrivano a decine, a scaglioni, ogni giorno. 

Lo dimostra la noncuranza con cui molti, troppi, ancora oggi “evadono” dalla quarantena e addirittura prendono in giro chi indossa mascherine e guanti. Alcuni sembrano davvero essere ciechi e sordi di fronte a immagini di terapie intensive a tappo, agli appelli disperati di medici e infermieri e a notizie di casi gravi che riguardano tutti, dai più anziani ai più giovani. 

Ora al centro del ciclone c’è la Lombardia e sembra “così distante”, ma non lo è Pietra Ligure né tantomeno il “nostro” (in senso ligure) ospedale Santa Corona, dove abbiamo raccolto la testimonianza anonima di una infermiera che, dopo un mese “in trincea” in corsia d’ospedale ad aiutare gli altri, da circa 2 settimane combatte la sua personale guerra con l’infezione da Coronavirus tra le mura di casa, parlando con la sua famiglia, distante “appena” una parete, con il cellulare, senza poter vedere né tantomeno venire a contatto con nessuno. 

Una storia da brividi, forte nei contenuti, ma che è lo specchio di ciò che sta accadendo, di ciò che il virus riesce a fare, raccontata dagli occhi di chi ha visto soffrire gli altri in prima persona, dalla voce di chi ora sta provando l’inferno sulla sua pelle.

“Ho scoperto di aver contratto l’infezione da Covid-19 la scorsa settimana e non è stato facile accettarlo, – così inizia il racconto dell’infermiera. – La prima settimana è stata davvero faticosa: febbre alta e fissa, concentrata in particolare nella fase pomeridiana e serale, come spesso avviene con patologie che interessano la parte respiratoria. Avevo grosse difficoltà a stare in piedi e ho necessità di respirare seduta. Non ho avuto problemi di affanno, ma all’inizio la tosse mi dava molto fastidio. Ancora oggi dormo con 5 cuscini: se mi sdraio la tosse è forte, mi irrita e non mi fa riposare. Il dolore è diffuso a tutte le parti del corpo, in particolare alla schiena, dove il male è stato lancinante e incessante per 5-6 giorni”.

“Questa non è una normale influenza, ti toglie le forze. E pensare che la forma che ho contratto non si è dimostrata ‘aggressiva’ come in altri casi gravi. Assumendo la terapia corretta, questa settimana sto iniziando a vedere i primi miglioramenti. Ma la parte di recupero fisiologica è molto lunga e difficile”. 

“Sono chiusa in una stanza di casa mia. Faccio la doccia di notte per non incontrare né venire a contatto con i miei famigliari. Chiamo mio figlio al cellulare da una camera all’altra per sentirlo. Mi servono i pasti fuori dalla porta della camera. Io sono fortunata perché ho la mia famiglia e lavorando in ospedale ho un certo tipo di conoscenze, ma penso alle persone anziane, sole e in difficoltà: non so come possano fare per superare tutto questo”. 

“Ammetto che ho avuto una crisi emotiva quando mi sono accorta che avevo contratto l’infezione e ho provato rabbia per averla portata a casa: tutti gli operatori che lavorano nel comparto sanità, oltre allo stress dovuto a turni massacranti e ad una situazione tragica, vivono con la paura e l’angoscia costanti di poter portare il ‘mostro’ tra le mura domestiche, dalle proprie famiglie”. 

Un’infezione, quella dell’infermiera, contratta probabilmente proprio tra le corsie dell’ospedale pietrese dove, almeno stando al racconto della donna, diverse misure in termini di prevenzione sarebbero state prese con colpevole ritardo. 

“L’azienda, – ha proseguito l’infermiera, – sin da subito ha detto che avrebbe cercato di tenere pulito e igienizzato tutto, ma non è semplice ovviamente. All’inizio non c’era l’obbligo di indossare i dpi e fino a pochi giorni fa erano ancora consentite le visite al pubblico, che per entrare doveva solo usare il gel per igienizzare le mani. Personalmente lavoro in un reparto non dedicato alla cura del Covid-19 e c’erano troppe persone in corsia, troppi parenti, alcuni dei quali non hanno nemmeno dichiarato di provenire dalle zone rosse, così come i loro cari”. 

“Poi la direzione ha autorizzato l’ingresso di un solo parente asintomatico, ma sempre senza obbligo di indossare i dpi, salvo poi, pochi giorni fa, sospendere completamente le visite. Ci sono stati ritardi su ritardi: so di ricoveri e Rsa che hanno chiuso subito le visite dall’esterno, mentre l’ospedale pubblico lo ha fatto troppo tardi. Almeno per me, ma temo di non essere stata l’unica”. 

E se questo non bastasse a far comprendere la gravità della situazione e il grado di pericolo a cui sono sottoposti medici e infermieri, di seguito il racconto di come il personale vive in corsia queste giornate infinite. 

“Le operazioni di vestizione con i presidi adatti e le operazioni di igenizzazione sono lunghe e complesse: in turno, per ore e ore, non esiste bicchiere d’acqua, non c’è bagno né altro. E nonostante gli sforzi profusi, ci sono colleghi intubati e in rianimazione. E ci sono colleghi che vedono persone morire tutti i giorni senza poter fare niente. E questo creerà loro un ulteriore danno psicologico. Ora lo stanno subendo senza poter nemmeno affrontare la situazione, ma quando tutto questo sarà finito nessuno può immaginare quali saranno le conseguenze a livello psicologico oltre che fisico”, ha proseguito. 

“Per quanto mi riguarda, nessuno è venuto a visitarmi a domicilio. Mi hanno solo telefonato chiedendomi se avessi la febbre e cosa avessi assunto in maniera autonoma. Seguendo le linee guida, non sono andata in ospedale: non bisogna farlo mai a meno che non subentri una grave crisi respiratoria. Ma ti senti solo e puoi soltanto sperare che quello che stai facendo ‘da te’ possa portare i risultati sperati”. 

Un racconto che, si spera, per molti cambierà il valore, il significato e l’importanza dell’espressione “Rimanete a casa”. Un monito espresso dal Governo, veicolato da enti locali e forze dell’ordine, al quale si è unita anche l’infermiera del Santa Corona.

“Restate a casa voi che potete, ve ne prego: è una delle poche armi che abbiamo. Non abbiamo un arsenale per affrontare questa guerra, l’unico modo è stare a casa per non diventare fonte di contagio per il prossimo, in primis per le nostre famiglie. C’è troppa mancanza di senso civico e troppa ignoranza, intesa nel senso di non riuscire a capire il nesso cruciale di questa storia: possiamo solo tollerare il virus e trovare una terapia che ne rallenti la replicazione. Se da una parte ci sono medici e infermieri che fanno orari sovrumani, dall’altro abbiamo persone che non hanno preso in carico la propria responsabilità civica nei confronti della società in cui viviamo”, ha concluso. 

Daniele Strizioli
18 Marzo 2020 alle 12:20
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