
“Sei così stupido da riuscire a prendere in giro te stesso fino a considerarti così in gamba da saper ingannare la persona che più stimi al mondo, ancora te stesso. Sì è mai visto un esempio di patologia egotistica più assoluto? Non hai speranze, mentre c’è chi gioca da solo per avere la certezza di vincere, tu sei abbastanza intelligente da aver compreso che, ovviamente, giocando da solo si deve per forza essere anche il perdente […]”. Si tratta di una battuta contenuta in un testo teatrale dal titolo “Cosa leggi? Osborne” che andrà in scena presso il teatro Sacco di Savona nella serata di sabato 9 novembre a cura della Compagnia di Proteo. Il personaggio oggetto di una considerazione tanto graffiante, nel testo si chiama Gianni, credo possa essere valido campione di una vasta categoria di persone, una specie di “genere specifico” dei nostri tempi, anzi, oggi addirittura è identificabile in una nuova professione che, a mio avviso, è simbolo dell’attuale orientamento del sistema economico-sociale, sto riferendomi ai cosiddetti influencers.
È certamente superflua la precisazione ma chiarisco comunque: gli influencer sono persone che trascorrono la propria esistenza nella cura dell’immagine pubblica di sè fino a sovrapporre la stessa all’io che la coltiva. Operazione apparentemente paranoica e forse presentata come tale in qualche manuale di psicologia, sicuramente riconoscibile come patologia egotistica, così come si afferma nella battuta di apertura, ma molto ben remunerata, sempre che riscuota numerosa visibilità sui social, tanto da divenire una sorta di professione e rientrare orgogliosamente nell’ambito non solo della “normalità”, ma addirittura assurgere a oggetto di invidia ed emulazione. Insomma: quella che nel testo viene denunciata come limite e difetto del personaggio, condizione che lo condanna all’incomunicabilità, alla solitudine tra i tanti che sembrano ammirarlo, all’impossibilità di vivere la realtà poichè perennemente impegnato a rappresentarsi su di un fittizio palcoscenico del tuttigiiorni, ebbene, tutto questo nella realtà virtuale, quella nella quale sopravvive oramai gran parte dell’umanità che abita “l’occidente civile”, si trasforma in una qualità efficacissima per avere successo.
Come direbbe il mio amico Gershom il suc-cesso si trova in fondo a sinistra, ma il successo dei social non è collocabile nemmeno lì, si consuma all’interno degli stessi strumenti che lo generano. Come tutti i “sistemi” anche quello dei social, e forse in maniera ancor più sofisticata ed efficace nella sua ovvietà, è un simulacro. Intendo per simulacro ciò che, pur non rappresentando assolutamente nulla, diviene esiziale per chiunque lo riconosca come valore tanto da divenire paradigma di realtà nel momento in cui un numero considerevole di “esseri umani” lo reputa tale. Va però precisato che il fenomeno non può dirsi assolutamente originale, anzi, di esempi in tal senso ne abbiamo in grande quantità da secoli e secoli: il denaro, lo stato, la chiesa, per citare i più noti. Forme diverse per un unico mostro: il potere.
Eppure oggi chi potrebbe immaginare un mondo liberato da quei mostri? E ancor di più: chi riesce ancora a coglierne la mostruosità? Ovviamente la domanda è palesemente retorica, sappiamo bene noi saggi e adulti che quei mostri sono necessari… utili… benigni! Eppure sono gli stessi saggi e adulti che non comprendono come possa mai essere possibile che la loro intelligente figlioletta sogni di divenire un “nulla esistenziale” ma particolarmente gettonato dal pubblico dei social. Addirittura i genitori più vicini alle sensibilità giovanili si informano sul numero di follower del tale personaggio per deciderne la rilevanza. Naturalmente si ricorre ad un termine amglosassone, follower è esotico e moderno, in italiano suonerebbe come: seguage, adepto, discepolo… sarebbe interessante una analisi semiotica … magari un’altra volta, per ora limitiamoci a segnalare che recenti statistiche quantificano nell’ordine del 70% i giovani che ambiscono a divenire un influencer, ragazzi disposti ad ore e giorni di accanita applicazione e ad una lotta feroce con i numerosissimi competitori. Ed ecco che una patologia si trasforma in una vera e propria professione a tempo pieno per rendere il proprio nome e la propria immagine un brand, come dire che se la tua malattia è di moda e porta lucro allora sei sano. E c’è già chi distingue i veri influencer dai dilettanti, i milioni di futuri falliti che si dovranno accontentare di essere riusciti ad ottenere, nella “memorabile occasione”, un selfing con la signorina “taldeitali” o il belloccio rapper “pincopallo”, un evento che ne ha segnato la vita, eternato nella galleria fotografica del cellulare, sempre pronto per essere esibito con orgoglio a qualche altro sfigato.
Ma è davvero così assurdo tutto questo? Non è forse vero che se al posto dei follower mettiamo il denaro, o il potere, spesso sinonimi, non facciamo altro che rappresentare, mutatis mutandis, il sistema culturale che abbiamo proposto alle nuove generazioni? Si tratta, in fondo, solo di evoluzione. Una sorta di perfezionamento dell’imbecillità che è alla base di qualsiasi sistema di potere. Se per sapere chi sono lo devo chiedere a migliaia di follower che non mi conoscono ma mi visualizzano, come potrò mai divenire me stesso? Possiamo infine tornare al povero Gianni di “Cosa leggi? Osborne” che si vede così spietatamente descritto dalle parole di Consuelo, e porci la domanda:”Sei davvero così in gamba se vinci in una competizione che per garantirti il successo ti chiede di annullarti, di divenire un elemento di sistema e rinunciare così alla tua dignità di essere umano?” Lo so, può sembrare una rappresentazione un poco catastrofistica della realtà dei nostri ragazzi, è bene però osservare che sono sempre dei giovani che sono stati capaci di denunciare il problema ambientale verso il quale i loro genitori li hanno proiettati, ancora dei giovani che hanno dedicato la loro vita alla lotta contro le discriminazioni religiose o razziali o culturali, ancora dei giovani che hanno saputo usare i social, non esserne usati, per promuovere occasioni di cultura e bellezza.
Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì.
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