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Apologia di un baro

"Per un Pensiero Altro" è la rubrica filosofica di IVG: ogni mercoledì, partendo da frasi e citazioni, tracce per "itinerari alternativi"

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Apologia di un baro
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“Il poker dovrebbe essere insegnato a scuola. Infatti offre, in sintesi, la rappresentazione di tutti i rapporti umani che i bambini ritroveranno più tardi, nella vita”. Così assicura l’attore Yves Montand.

La riflessione d’apertura suggerisce alcune considerazioni conseguenti al parallelismo tra la vita ed il gioco e, soprattutto, al fatto che normalmente si giochi per vincere, con buona pace di Pierre de Coubertin. Altro elemento comune, tra vita e gioco, è che ci si accosta ad entrambi quando le regole sono già state determinate, insomma, ogni cosa ci è già data all’interno di una catena di rimandi d’uso al solo scopo di consentire al gioco di funzionare. Sarebbe interessante sviluppare anche la considerazione che, in quest’ottica, ciò che importa è il gioco e non il giocatore e, aspetto altrettanto rilevante, che il verbo funzionare prevede un progetto, un fine e, inevitabilmente, un progettista, ma rimando tali pensieri ad un approfondimento in altra sede.

L’aspetto che sottolineo ora è che non bisogna assolutamente domandarsi se ogni cosa è davvero in funzione a come la uso nè per quale ragione lo faccio: per vincere al gioco non devi farti domande, devi semplicemente essere il più bravo nel gioco stesso. Poichè tutti sono impegnati nella competizione il fine del gioco diviene vincere, e così che il fatto che ci sia o meno una ragione nel gioco stesso passa in secondo piano: una volta entrati puoi solo vincere o perdere e, poiché a nessuno piace perdere, ecco che il senso del tutto è la logica conseguenza dell’assenza della domanda sul senso stesso. Paradossalmente il gioco acquista senso solo se acconsenti a non pretendere che lo abbia.

A questo punto della nostra riflessione credo che, senza risalire alle guardie che si giocano ai dadi gli indumenti di Cristo, è interessante una breve escursione storica sul gioco d’azzardo. Il primo uomo che concepì l’idea di fare dei soldi manipolando il gioco d’azzardo nacque a Milano nel 1501. Nella sua vita la fortuna non gli sorrise già da prima di venire al mondo, la madre cercò invano di abortire ingerendo un infuso, il piccolo ostinato nacque minuto e fragile ma sembra che un prodigioso tuffo in un tino di vino rosso lo rinvigorì e gli consentì di crescere. Anche da ragazzo fu vessato e sfruttato da un padre poco amorevole che, solo sotto ricatto della moglie, acconsentì a farlo studiare. Il giovane era così brillante che divenne Rettore nell’università nella quale si era laureato come medico. Le sue infinite competenze e curiosità, forse rinvigorite dal giovanile incontro con Leonardo da Vinci, lo fecero cimentare precocemente anche con il gioco d’azzardo ed i suoi studi, applicati al gioco dei dadi, gli procurarono il denaro necessario per pagarsi il corso di studi. Una volta famoso trascrisse le sue teorie nel “Liber de ludo aleae” (Il libro del gioco d’azzardo). Oggi il nostro giocatore è noto per un sistema di pompaggio dell’acqua che ora è utilizzato nelle automobili e prende il nome dal suo ideatore: sto parlando del giunto cardanico, il protagonista della storia è infatti Gerolamo Cardano.

Dopo di lui il calcolo delle probabilità, alla base di ogni gioco d’azzardo, divenne lentamente una scienza, vi si cimentò anche Blaise Pascal che ideò il “triangolo di Pascal” stimolato da un’idea di Fermat. Oggi siamo addirittura arrivati ad erigere una città assurda nel bel mezzo del deserto per celebrare il gioco d’azzardo, mi riferisco ovviamente a Las Vegas.

Ma torniamo al nostro pensiero iniziale: se immaginiamo la vita come un’immensa partita di poker è evidente che chiunque si sieda al tavolo si debba adattare alle regole del poker; se a qualcuno passasse per la testa di giocare, chessò, a ramino, gli occorrerebbe inevitabilmente di perdere. Forse potrebbe sostenere di non voler pagare il piatto perché se il gioco fosse stato ramino avrebbe vinto, ma dubito che un simile approccio possa avere successo, e poi, il piatto si copre all’inizio della mano, se successivamente non punti nulla, semplicemente sei fuori dallo stesso. Evidentemente l’unica possibilità di non perdere per il “Bastian contrario” appassionato di ramino, è quella di non sedersi al tavolo del poker, scelta che lo escluderebbe dalla comunità degli uomini-giocatori. Che poi non esista alternativa alla sovrapposizione tra le due figure non lo vedo così inevitabile, ma pare che sia assioma consolidato nella nostra cultura.

Cosa può fare allora uno spirito libero? Deve necessariamente adattarsi ad essere un emarginato? Ed eccoci alla provocazione: se sufficientemente geniale, cioè oltre la media dei giocatori che non ha alternative se non quella di sperare nella fortuna o di galleggiare, senza perdere troppo, tra la maggioranza dei competitori poco abili, il nostro eroe, che ovviamente non dispone di grandi capitali iniziali, potrà sempre giocare violando le regole. Esatto, potrà lecitamente barare. Una forma di “frode barata” accettata dalla comunità è quella del bluff, ma essendo lecita e prevista dal sistema non è perseguibile; altra attività è nascondere degli assi nella manica.

È evidente che l’allegoria va letta e decifrata cum grano salis, ma non sarebbe più opportuno porsi altre domande del tipo: chi ha deciso che il gioco non possa premiare con la sola gioia del giocare? Perché reputiamo inevitabile dover rischiare per provare piacere nella partita? Perché si gioca tutti allo stesso gioco? Perché è importante che funzioni il gioco anche se crea tanti sconfitti e pochissimi vincitori? Perché l’unità di riferimento non è più né l’uomo né il gioco ma il denaro? Perché se entrambi sono stati creati da noi ora sono loro a decidere della nostra felicità?

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì.
Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero.
Clicca qui per leggere tutti gli articoli

Ferruccio Masci
24 Aprile 2019 alle 8:55
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