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L’incoscienza della coscienza

Per un Pensiero "Altro" è la rubrica filosofica di IVG: ogni mercoledì, partendo da frasi e citazioni, tracce per "itinerari alternativi"

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L’incoscienza della coscienza
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Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista?
Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero.

“Questa coscienza, che è il mio me stesso più segreto, che è ogni cosa eppure non è nulla di nulla, che cos’è? E da dove venne? E perché?” così si interroga Julian Jaynes nell’incipit del suo saggio “Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza”. Ne consiglio assolutamente la lettura anche se, al termine delle 500 pagine non poco impegnative, non si può ancora affermare di aver trovato risposta al quesito di apertura. Come posso mai pretendere di affrontare un sì arduo compito in poche righe? Non oso tanto, mi basta provare almeno a suggerire qualche riflessione speriamo un poco fuori dal luogo comune.

Vi è mai capitato di leggere un’intera pagina di un libro, raggiungere l’ultima riga, girare la pagina e riprendere la lettura del testo dalla prima riga della facciata successiva per poi sorprendervi a chiedervi cosa mai ci fosse scritto in quella appena conclusa? Sono sicuro che è un’esperienza occorsa a tutti! Certo, di solito non ci si fa caso, si conclude semplicemente che si era distratti, magari che sarà opportuno rileggere la pagina, si imputa l’evento alla stanchezza oppure allo scarso interesse suscitato in voi dal testo. Proviamo ora, come sempre, ad osservare il fenomeno da “un altro punto di vista” : di certo è facile, per chiunque abbia vissuta l’esperienza che stiamo analizzando, comprendere che gli occhi hanno seguito con ordine il procedere delle righe, raggiungendo il termine di ognuna e spostando la vista all’inizio del rigo successivo, sostando un poco più a lungo dove trovava un punto o dove l’a capo lasciava una parte del rigo orfano di parole. Così come tutti hanno precisa consapevolezza di aver, in quel modo, raggiunto la fine della pagina, e ancora una volta tutti sanno bene che un impulso preciso ha indicato al proprio cervello che la pagina era stata letta e che era opportuno accedere a quella successiva.

Sappiamo bene anche che, una volta registrata la lettura dell’intera facciata del foglio, il nostro cervello ha spedito un consequenziale ordine alle dita della mano affinché effettuassero un’operazione, solo apparentemente semplice, come afferrare il minuto angolo della pagina letta per ruotarla alla nostra sinistra consentendoci di spostare la nostra attenzione al primo rigo della successiva. Bene, ma chi ha diretto e coordinato tutte queste sofisticate operazioni non sono stati solo gli occhi e le dita ma anche e soprattutto il grande controllore, il nostro cervello. Va da sè che il nostro cervello ha agito dietro la nostra indicazione, che se operasse senza che noi ce ne si rendesse conto non potremmo avere memoria di nulla come accade al povero signor H. M. del Connettictcut che, infatti, è oggetto di attento studio da parte di numerosi neurologi, ma questa è un’altra storia.

Tornando a noi: se il nostro cervello stava supervisionando l’intera operazione e noi siamo il nostro cervello, chi si è acccorto di non aver letto la pagina? E se invece noi siamo quelli che hanno informato il cervello che non avevamo la più pallida idea di cosa ci fosse mai scritto nella pagina in questione, chi siamo e chi, in qualche modo consapevolmente, stava leggendo in perfetta sintonia operativa col medesimo cervello? E se io sono quello distratto chi è quello attento alla mia distrazione? E se può rendersi conto che io sono distratto è il coinquilino del mio cervello? Perché non ci conosciamo? E se non sono solo, chi dei due è veramente me, o quello distratto è un alter ego occasionale? Ma, nel caso, perché mi ci trovo perfettamente a mio agio fino a che non si manifesta un fenomeno come quello appena descritto? E come posso essere sicuro di non essere io il sub affittuario? In questi casi una delle strategie più diffuse è quella dello struzzo che i miei più affezionati lettori ben conoscono: mi dico che la questione non è rilevante, che sono cose che succedono e che non importa, così riconfermo la mia certezza di essere solo uno e non almeno due ed il problema non si pone. In verità sarebbe più corretto chiedersi se io sono quello distratto che legge, oppure quello che scopre di non aver compreso ciò che qualcun’altro ha letto o addirittura chi si sta chiedendo chi dei due sia il mio vero me stesso, ma in questo modo scoprirei di essere una folla con grande gioia del ben noto Vitangelo Moscarda protagonista dello spiazzante “Uno nessuno centomila”.

Il fatto più divertente è che chiunque stia leggendo si starà interrogando, se intelligente e curioso come è ovvio chi sia ogni affezionato/a a questa strana rubrica, su chi lui/lei sia veramente, ma basta un nulla, un cellulare che suona, o qualsiasi altro richiamo a quella che chiamiamo la vita vera, per scordare l’assillo amletico e tornare alla propria impossibile unità.

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì: clicca qui per leggere tutti gli articoli

Ferruccio Masci
12 Dicembre 2018 alle 8:30
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