
Dopo il disastro provocato dalla mancata qualificazione ai mondiali di Russia 2018 si sta cercando da più parti di salvaguardare la bontà del nostro calcio nostrano. Il ricambio infatti probabilmente si è fermato ed occorre analizzarne le cause. Ora si cerca di correre ai ripari sperando di essere in tempo.
Con 200 centri federali territoriali e 1200 istruttori la Figc ci proverà ma per i nuovi vivai serviranno anni. Il calcio italiano è morto il 9 luglio del 2006, all’Olympiastadion di Berlino. Mentre si festeggiava la vittoria in finale contro la Francia e la quarta stella sulle maglie della nazionale azzurra di calcio, si congedava forse l’ultima generazione di campioni nazionali. Da Gigi Buffon a Francesco Totti, da Alessandro Del Piero ad Andrea Barzagli, alcuni hanno continuato a giocare. Alcuni hanno smesso altri giocano ancora. Ma il ricambio si è bloccato lì. Tre mondiali dopo, a Russia 2018, abbiamo potuto scegliere se sostenere l’Islanda, che ha qualche abitante in più di Bari città, oppure Panama, popolata come il Comune di Napoli. È bello tifare per il più debole. In ogni caso non c’era molto altro da fare visto che l’Italia è stata eliminata alle qualificazioni per la prima volta dal 1958.
La catastrofe del 10 novembre 2017, spareggio perso con la Svezia, ha imposto un severo rigiro di poltrone, alcune dimissioni-non dimissioni e un governo del Presidente (Giovanni Malagò del Coni), in mancanza di una maggioranza dettata dalle urne. Se ricorda qualcosa, per esempio la situazione politica italiana, non bisogna stupirsi. La vita è una pallida imitazione del calcio.Il lamento collettivo sulla mancanza di talenti si polarizza su una serie di istanze ideologiche, a specchio con quelle dei partiti.
C’è la tendenza di stampo leghista: ci sono troppi stranieri che rubano il posto da mezzala agli italiani. Lo sapevate che la Federcalcio (Figc) ha oltre 12 mila tesserati di nazionalità albanesi (uno ogni quaranta emigrati sul territorio nazionale) e circa 10 mila dalla Romania? C’è la tendenza di stile vecchia sinistra: abbiamo perso perché non andiamo più nelle periferie a caccia dei Roby Baggio del futuro. C’è la tendenza renzista: abbiamo perso e non abbiamo un governo perché non ci hanno approvato le riforme, però siamo bravissimi lo stesso. C’è la tendenza nostalgica: si stava meglio nella Prima Repubblica, quando c’era più fame, zero telefonini e si giocava in strada invece di rimbambirsi su Facebook.
E poi c’è la modernità più avanzata, la stratosfera dove osano le aquile delle neuroscienze applicate al dribbling. Ci sono i guru del Moneyball, il libro (e il film da Oscar) sul manager di baseball Billy Beane e sul calcolo statistico-sabermetrico come base per trovare i campioni che costano poco e vincono tutto. Sullo sfondo c’è la mitica teoria delle 10 mila ore del sociologo anglo-canadese Malcolm Gladwell, che fissa in quel termine di tempo lo sforzo minimo necessario per diventare bravo in qualunque arte e mestiere, dal violino alla marcatura a zona.
Walter Sabatini (fresco di Samp), per molti il migliore direttore sportivo italiano, è scettico. «Il calcio», dice, «si sta spostando verso le statistiche, gli algoritmi e l’intelligenza artificiale. Ma il peso specifico di un cross non può essere calcolato. Negli anni Novanta ho iniziato con le giovanili a Perugia, dove ho preso Rino Gattuso, e nella Lazio. Sui campi italiani si avvertiva una pulsione sessuale verso il gioco che oggi è scomparsa. Si parla di troppi stranieri ma è accettabile nel mondo di oggi una battaglia contro gli stranieri? I giocatori italiani non sono scarsi. Sono forti, ma i giocatori del mondo sono ancora più forti e il talento non si costruisce. Al massimo, si accompagna.
Quando andavo a vedere i provini in posti sperduti dell’Argentina, nel Tucumán, i ragazzi arrivavano su autobus carichi come tradotte militari. Lo vedevi subito che erano nati per il calcio. In Italia l’inquadramento nelle tattiche inizia molto presto. Al di sotto dei tredici anni, io li farei giocare a pallone dentro una gabbia fino allo sfinimento, senza arbitro e con un semplice accompagnatore. È vero che molti oggi non sanno correre. Io sapevo correre perché rubavo le ciliege e, se il contadino mi prendeva, erano botte».
Il pallone da strada, almeno in Italia, difficilmente tornerà e un’altra cosa è certa: per ricostruire ci vorranno anni. Secondo uno studio condotto a livello europeo sui giocatori arrivati in prima serie, sotto i sedici anni solo il 30 per cento giocava nelle giovanili di un grande club. Il 70 per cento rimanente arrivava dai dilettanti. Anche da qui è nata l’idea di tornare a coltivare un settore che, con il tentivo di delegittimazione delle strutture associative legate ai vecchi partiti (Uisp, Acli, Libertas), si era molto inaridito rispetto ai tempi di Moreno Torricelli, arrivato alla Juve dalla Caratese nel 1992.C’è una via privata alla ricerca del talento e una via pubblica. La prima è quella dei club professionistici che, dai tempi della legge Bosman (1995), si sono spaccati fra chi crede nel vivaio (Roma, Atalanta) e chi compra, per lo più all’estero. La via pubblica è quella della Federcalcio, che dovrebbe avere come unico scopo la formazione dei campioni del futuro. Un paio di anni fa, dopo un filotto di risultati mediocri alle fasi finali di Mondiali ed Europei, la Figc ha inaugurato il sistema dei Centri federali territoriali (Cft) per iniziativa dell’allora presidente Carlo Tavecchio e del suo dg Michele Uva.
Il primo biennio ha prodotto risultati inapprezzabili, per citare il compianto Sandro Ciotti. Secondo fonti della federazione, una cinquantina di atleti selezionati sono arrivati alle soglie del professionismo.Al momento, sono stati aperti 37 Cft. Entro il 2018, si arriverà a 50 sui 200 previsti a regime. La spesa messa a budget è di 9 milioni di euro per completare il lavoro. Da lì, bisognerà calcolare un costo complessivo annuale di altri 9 milioni di euro.Ogni centro formerà 75 ragazzi e 25 ragazze con un allenamento al lunedì mattina. Il sabato un workshop di formazione potrà spaziare da temi come il cyberbullismo fino ai genitori che augurano la morte violenta al terzinuccio di 10 anni che ha dato un calcetto al loro piccolo Messi.
Alla fine, si calcola di avere un Cft per ogni 35-40 chilometri di raggio. Ogni centro avrà un dirigente (200) e ogni regione avrà un supervisore (20). I tecnici impegnati, coordinati da Roma, saranno circa 1200. Non saranno assunti ma pagati a rimborso spese, con l’escamotage fiscale in vigore fra i dilettanti che consente di fatturare fino a 10 mila euro di reddito l’anno esentasse. Quando i tecnici non saranno impegnati nell’allenamento o nell’organizzazione dell’allenamento, gireranno la loro zona di competenza in cerca di talenti da reclutare.
Rispetto alle dimensioni dell’impegno e alla quantità di persone coinvolte, i 9 milioni di euro all’anno sembrano una cifra molto ottimistica o, se si preferisce, poco attraente. Quasi 1500 persone ricaverebbero in media circa 6 mila euro all’anno. Se si pensa che per un corso di preparatore atletico a Coverciano (una novantina di diplomati ogni anno) bisogna investire 2 mila euro, il rischio è che i nuovi reclutatori, nonostante l’enfasi sui nuovi sistemi, sugli allenamenti con il Gps e sulle scienze neuromotorie, siano amatori poco qualificati, magari pronti a chiamare il procuratore amico e a firmare scritture private di agenzia con le famiglie dei ragazzi alla prima vaga manifestazione di talento.
Dopo il burrascoso divorzio dall’Inter e dal gruppo Suning nella scorsa primavera, Walter Sabatini riparte con queste idee dalla rifondata Sampdoria. Il 63enne dirigente di origini umbre è infatti stato nominato ufficialmente il nuovo responsabile dell’area tecnica del club blucerchiato. A dare l’annuncio è stato lo stesso club doriano in un comunicato nel quale il presidente Massimo Ferrero si è detto “felice e orgoglioso” per l’ingresso in società di Sabatini, definito nella nota “uno dei massimi conoscitori del calcio italiano e internazionale con esperienze professionali di altissimo profilo”.