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Il gatto e la volpe

Per un Pensiero "Altro" è la rubrica filosofica di IVG: ogni mercoledì, partendo da frasi e citazioni, tracce per "itinerari alternativi"

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Il gatto e la volpe
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Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista?
Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero.

“Ha mai provato […] a guardare un oggetto prima con un occhio solo e poi con l’altro senza spostare il capo? […] Non è forse vero che così facendo ha potuto vedere cose diverse pur osservando lo stesso oggetto e senza muoversi? Ha avuto così ben due diverse versioni della stessa realtà, quella che a occhi aperti le sembrava una sola e inconfutabile“; dal giallo esoterico “Il quadrato del Sator” di Gershom Freeman.

Chi non ha mai messo in atto l’esperimento descritto dall’amico Freeman? Certo sarebbe stato logico, a quel punto, porsi poi le domande: è vera la realtà registrata dall’occhio destro? Dal sinistro? È la sintesi di entrambi operata dalla mia mente? Nesuna di queste? E poi: posso fidarmi di mente e sensi o devo pensarle come una specie di gatto e volpe dell’atto gnoseologico? Eppure, credo, nessuno si è mai interrogato sul fenomeno rassicurandosi che ciò che vede è ciò che è anche se, e questo è facile da dimostrare, chiunque, comodamente seduto nella sua poltrona preferita o anche stando all’impiedi, proprio ora che mi sta leggendo, può essere certo della propria immobilità, magari staccando gli occhi da queste righe per rassicurarsi osservando gli oggetti intorno a lui saldamente radicati al loro posto. Infatti i nostri sensi non registrano la folle velocità alla quale viaggiamo solidali al pianeta, nè avvertono l’accelerazione spostandosi verso l’equatore o il rallentamento muovendosi verso i poli. Ci pensa la mente!

Certo, come se non sapessimo di quante volte abbiamo dovuto cambiare opinione, prendere atto di non aver compreso, di aver frainteso… di aver voluto fraintendere. Le ipotesi di soluzione alla questione, che Freeman dissemina nel suo romanzo come briciole indiziarie, sono estremamente affascinanti e non intendo rivelarle, sia per ragioni di spazio editoriale sia per non sottrarre all’eventuale lettore la gioia della scoperta, ma mi piace pensare che, a volte, sarebbe opportuno osservare ad occhi chiusi.

Lo so, sembra un poco folle come ipotesi ma, vi è mai capitato di sentirvi osservati? Credo sia anche questa un’esperienza piuttosto comune, ebbene, con quale senso l’avete vissuta? È ovvio che non esiste un simile senso nella nostra coscienza, tant’è che non abbiamo prodotto nessun verbo per indicarne l’attività, io stesso ho utilizzato l’espressione “sentirsi” anche se non è stato l’udito a percepire il fenomeno e, comunque, tutti hanno di certo compreso a cosa mi riferissi e questo perchè tutti hanno vissuto, ognuno a modo proprio, l’esperienza.

Ma torniamo alla domanda cruciale: perchè nessuno si interroga su quanto la realtà sia accessibile all’essere umano? Insomma, è possibile affermare che ciò che ci rappresentiamo sia ciò che è? È come quando ci si chiede: ma davvero sono innamorato/a? Anche in quel caso, credo, l’unica possibilità è chiudere gli occhi e lasciarsi inghiottire dal proprio silenzio, solo laggiù si potrà ascoltare la risposta, ma fate attenzione che l’anima sussurra.

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì: clicca qui per leggere tutti gli articoli

Ferruccio Masci
20 Giugno 2018 alle 10:13
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