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Lettere

“Affettuoso, generoso e simpaticamente canaglia”: il ricordo di un amico di Valter Verney

"Valter ha amato la vita e l’ha vissuta intensamente senza risparmiarsi, inebriato e inebriante"

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“Affettuoso, generoso e simpaticamente canaglia”: il ricordo di un amico di Valter Verney
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Riceviamo e pubblichiamo un commovente ricordo di Valter Verney, il noto imprenditore di Albisola scomparso di recente:

Con Valter ci siamo ritrovati in una giornata di sole e vento, sulla passeggiata di Albisola. Era il tramonto e lo scirocco non fermava la gente che cercava il ridosso. Elda era davanti e gli raccontava il mondo, come accadeva da un po’ di tempo e lui, seduto sulla sua carrozzella fingeva di essere a proprio agio, ma si vedeva che pativa l’imbastitura a cui l’aveva costretto la malattia. Gli ho strappato la promessa di un nuovo incontro e, fra risate e abbracci goffi, ci siamo ripromessi un altro appuntamento.

Non sapevamo che, per noi, sarebbe stato immediato e terribile. Ci siamo ritrovati, infatti, dopo poche settimane, a salutare Lino Corso che in fretta e dolorosamente era stato costretto a disertare. Nel sacrario di Zinola, noi gli amici di una vita, ci guardavamo increduli e smarriti. Proprio noi abituati al riso e agli sfottò, senza una frase, nessun guizzo. Non era l’età, ma, per la prima volta, il dolore ci aveva preso in contropiede. E poi perché quello è il luogo più triste e squallido di questa città che non ha un posto riservato agli addii.

Lino, Valter, Bruno, Gianni, Ino, Franco, Gian, Carlo, Luigi, Fulvio, Ornella, Gisella, Mariella, Renato, decine di altri, abbiamo avuto in comune l’abitudine di ridere di tutto e di tutti. Fino alle lacrime, oltre ogni confine lecito. Non c’è stata occasione o spunto, in più di cinquant’anni, che il nostro reciproco sarcasmo non venisse usato senza risparmio. Insuccessi, successi, dolori, gioie, su tutto, anche nei giorni più neri (e la vita a Valter e a noi ne ha riservati moltissimi), siamo riusciti a ridere e ad abbracciarci. Era una giostra su cui, in modo inevitabile e continuo, ci piaceva salire. Colpi dati e colpi presi. Mai con malizia, sempre con affetto, con la voglia di abbracciare il nostro interlocutore che magari, in quel momento andava giù pesante, proprio contro di noi. Un gioco dovuto all’arroganza della gioventù, al suo sentirsi immortali e intoccabili. E Valter in prima fila, a ridere, con quella sua risata trascinante, quel fermarsi un attimo a raccogliere le idee e a sorridere del pensiero che gli era balenato.

Partite interminabili di pallone, con qualsiasi tempo, con sfottò terribili, insulti, accuse e giustificazioni pietose, ma – incredibile – mai una lite che durasse oltre la doccia. Sui suoi esami dati all’università e tutti gli artifizi potrei scrivere un libro, così sulle cene improvvisate, sui suoi racconti ispirati di bardo dissacratore, sui viaggi, sui suoi successi nella professione, le sue intuizioni. In qualsiasi occasione trovava modo di riderci sopra. Per un tacito accordo non abbiamo mai parlato della sua passione per la famiglia, per i figli, per la dedizione di Elda, la vestale del suo culto che per tutta una vita lo ha saturato di un amore in crescita e mai offuscato. Erano sentimenti e riferimenti troppo seri per svilirli nella declinazione del racconto o perché potessero venire accostati alle nostre giovanili e blasfeme smancerie.

Persino nella gabbia che gli ha intrappolato gli ultimi anni, lui ha conservato un cinico piacere alla battuta e al sorriso. Perché Valter ha amato la vita e l’ha vissuta intensamente senza risparmiarsi, inebriato e inebriante. Valter ha attraverso pianure piene di fermenti e qualche palude. Ricordo sempre la sua risata, il suo modo di appoggiarsi all’interlocutore più vicino, stringendogli un braccio, per sentirlo vivo, prendere la riconcorsa con il fiato rotto dal sorriso e raccontare un risvolto che accomunasse tutti nella battuta. Amava il contatto fisico e aveva un rispetto straordinario per l’amicizia. Affettuoso, generoso, simpaticamente canaglia, era sempre al centro, anzi il centro delle nostre tumultuose scorribande, serate che iniziavano quando gli altri le finivano, dopo il film la cena al Riviera, poi, se era il caso, chiacchiere e giri in auto fino all’alba, il primo cappuccino al bar Leone. Quando noi rientravamo gli altri uscivano per andare al lavoro. Non sempre, non tutti, ma insomma….

Valter giocava bene a pallone. L’autonomia era di pochi minuti, in verità, ma questo bastava perché lui e Gianni Arado ne parlassero per ore, attorno ad un tavolo del bar Rivera, quando Valter arrivava con il suo fascino di uomo giovane e sicuro, i capelli bagnati in qualunque stagione, tirati indietro. Sorvolo i rituali del cibo perché ne abbiamo riso assieme che non è molto, quando abbiamo rivissuto un attimo di gioventù, poche settimane fa, attorno ad un tavolo, con alcuni degli amici di sempre, invecchiati, ingrigiti, con molte rughe sul volto e dentro l’anima. Ma, in quelle risate, ricordando l’estate mai troppo lunga della nostra vita, quella sera siamo tornati giovani per sempre. In quei momenti, proprio attorno a Valter, abbiamo ritrovato la voglia sarcastica di ridere di noi. L’ultimo scherzo me lo ha fatto ieri mattina davanti al suo manifesto di commiato. Accidenti Valter, che ti chiamavi Valtero, non me lo ricordavo proprio più. Ti avremmo preso in giro ancora una volta. Non c’è stato il tempo.

Se ripenso alla nostra amicizia l’ho visto smarrito in una sola occasione, nel recente addio a Lino, e non era la malattia o la stanchezza che frenavano le sue frasi. No, era proprio, che dopo tanti anni di gioie, divertimenti, battute, non riusciva a trovare una frase adatta per rendere in giusto omaggio a chi se ne era andato. Non mi era mai capitato di vederlo così. Mi guardava, sperduto: “Cosa si può dire?” Mi ha sussurrato. Oggi il suo smarrimento, il suo interrogativo di allora sono diventati i miei.

Olivia Stevanin
30 Novembre 2017 alle 9:34
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