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Quando a Cadibona si estraeva il carbone

Lo Zibaldone è la rubrica di curiosità di IVG: ogni mercoledì storia, cultura, aneddoti, riflessioni e scoperte della nostra provincia

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Quando a Cadibona si estraeva il carbone
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Lo Zibaldone è la rubrica di IVG su storie, racconti, aneddoti e scorci culturali della nostra provincia, curata da Sara Sacco.
Storie… storie… quante storie da raccontare: alcune si scoprono casualmente, altre affiorano prepotenti durante appassionanti ricerche, e poi aneddoti, ispirazioni, pensieri e parole…

Non tutti sanno che…

Il recupero delle memorie industriali della provincia savonese è veramente affascinante perché ci permette di ricostruire, attraverso documenti e reperti, non solo nozioni di natura storico-economica ma soprattutto vicende umane.

Oggi parliamo dell’industria mineraria quando, a Cadibona, si estraeva il carbone, un secolo prima che il carbone raggiungesse l’entroterra savonese attraverso la funicolare Savona-San Giuseppe di Cairo, di cui abbiamo parlato qualche puntata fa.

Scoperto casualmente nel 1786 da un cacciatore che mostrò un pezzo di lignite ad un ufficiale svizzero della Repubblica genovese, il giacimento di carbone fossile a Cadibona suscita fin da subito l’interesse per un possibile sfruttamento economico in epoca napoleonica, grazie anche alla felice collocazione geografica, sulla linea commerciale che collegava il Piemonte, alla Liguria e quindi alla Francia.

Alla fine del secolo il semplice scavo diventa una miniera vera e propria e, dopo una breve interruzione dovuta a due incidenti, sono Cristoforo e Domenico Astengo a definire con i proprietari del terreno, gli eredi Doria, un contratto ventennale per l’utilizzo dell’area.

Dal 1827 i Doria riprendono la gestione affidando la concessione al marchese Pallavicini: a metà secolo si raggiunge l’apice della produzione grazie ad una macchina a vapore ed una linea funiviaria che consentono di estrarre il carbone e successivamente di trasportarlo, tramite carrelli, al deposito per spedirlo poi dalla stazione Sella verso il porto di Savona, quindi verso altre località della penisola italiana, oppure per alimentare i bastimenti che partivano dal porto della città, oppure direttamente per soddisfare i fabbisogni dell’industria locale. Si parla arriva a 25.000 tonnellate, impiegando circa trecento operai.

Non tutti sanno che… nel 1872 nel bacino di Cadibona fu fatta una scoperta straordinaria: i resti di un animale preistorico, simile ad un piccolo ippopotamo, denominato Anthracotherium (vocabolo di origine etimologica greca, che significa “grande mammifero del carbone”) furono scoperti dal naturalista francese Georges Cuvier nel rio Magnone all’interno dell’area della miniera.

Verso la fine dell’Ottocento la produzione cessa per riprendere all’inizio della Grande Guerra quando la Società Negri sfrutta i prigionieri austro-ungarici per l’estrazione a basso costo, dato che l’esigenza del combustibile era aumentata a seguito del blocco dei trasporti via mare da parte dell’impero asburgico.

Non tutti sanno che… Nello stesso periodo bellico i soldati prigionieri austriaci furono utilizzati per completare la realizzazione di Corso Ricci.

Nel primo dopoguerra, la miniera viene chiusa dal 1919 al 1933 quando grazie a Bartolomeo Accornero, in pieno periodo fascista, vengono intrapresi nuovi scavi alla ricerca di carbone fossile.

Non tutti sanno che… ad Accornero si deve anche la scoperta a Villapiana (quartiere di Savona) di terre per fonderie e refrattarie e la costruzione del relativo stabilimento per la lavorazione.

Dal 1952, dopo che la gestione fu affidata ad una cooperativa operaia con scarsi risultati, lo sfruttamento della miniera si interrompe definitivamente in quanto considerato antieconomico.

Lo Zibaldone è la rubrica settimanale di IVG su storia e cultura savonese, in uscita ogni mercoledì: clicca qui per leggere tutti gli articoli

Sara Sacco
21 Giugno 2017 alle 10:20
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