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Festa patronale a Savona, l’omelia del vescovo Marino

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Ringrazio di vero cuore le autorità che con la loro presenza dicono quanto sia significativa questa ricorrenza per tutta la Città di Savona. Ringrazio soprattutto il fratello Vittorio, Padre e Vescovo di questa Chiesa per nove intensi anni, la cui presenza è per tutti noi benedizione. Ringrazio le Confraternite e quanti hanno reso possibile e bello il nostro cammino di oggi.

Soprattutto ringrazio i malati e le persone con disabilità, che sono per noi la carne viva di Gesù. Mi piace portare il saluto di Don Michele, missionario a Cuba, e in particolare della Comunità di Rodrigo, che domani celebra solennemente San Giuseppe e che oggi si unisce alla nostra preghiera. Sono felice di essere oggi tra voi e vorrei salutarvi uno per uno: per ciascuno di voi celebro questa Eucaristia.

Il nostro incontrarci oggi esprime la memoria grata di quanto accaduto sabato 18 marzo 1536: Maria apparve quel giorno ad Antonio Botta, e da quel giorno cominciò un cammino nuovo, che oggi ci coinvolge tutti. Fin da subito i savonesi compresero l’importanza di quell’evento, già in agosto furono poste le fondamenta del nostro santuario, e questo luogo divenne meta di tanti pellegrinaggi. Siamo stati e siamo visitati dalla misericordia di Dio.

Oggi siamo saliti al Santuario, camminando insieme, ed è proprio intorno al grande tema del viaggio e del cammino che vorrei riflettere con voi.

E’ detto di Maria, nel vangelo che abbiamo appena ascoltato, che “si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa” (Lc 1, 39). A Maria la Città e la Chiesa di Savona chiedono oggi di imparare a camminare con speranza e nella speranza! “Si alzò”. Per iniziare il cammino, occorre innanzi tutto il coraggio di uscire dalla pigrizia e dalle abitudini stanche. Alzarsi non è facile, ma è condizione imprescindibile perché ci sia futuro: non lasciamoci bloccare dalla nostalgia di un passato, che magari abbiamo idealizzato, e dai risentimenti che cancellano la speranza! Nei vangeli, alzarsi è sempre il verbo della resurrezione, e in Isaia 43,19-20 è scritto: “non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?”. La primavera è vicina, per fortuna! E anche la foschia prima o poi è destinata a diradarsi. Certamente del passato nulla va rimosso, tutto però va rielaborato; altrimenti, rischiamo di non ascoltare la chiamata che viene dal futuro, e rischiamo ancora una volta di dimenticarci dei giovani, che hanno diritto di aprire sentieri nuovi e sognare apertura e bellezza. Efficace rimane la parola di Gustav Mahler, il grande compositore: “la tradizione è custodire il fuoco, non adorare la cenere”.

“Andò in fretta”. Maria si mette in cammino. L’evento misterioso della annunciazione non la chiude nell’intimismo, ma la con-verte (=la fa muovere) verso Elisabetta. La carità mette in cammino. Quello di Maria è un andare dimorando… Come Maria, anche noi. Homo viator, spe erectus! Siamo gente di strada, fatta per camminare, perché solo camminando si costruisce qualcosa. Vorrei che riscoprissimo oggi il rapporto tra il cammino e la speranza: solo chi spera o cerca qualcosa, magari inconsapevolmente, si mette in cammino, ma poi è camminando che la speranza mette radici e viene alimentata. “Beato chi trova in te la sua forza e decide nel suo cuore il santo viaggio” (sal 83,6).

Il tempo che viviamo è particolarmente difficile. Penso soprattutto alla crisi del lavoro nel nostro territorio: la chiusura negli anni passati delle grandi aziende, la preoccupazione per la Bombardier, le vicende della Tirreno Power. Penso anche alla denatalità e alla decrescita costante della popolazione. Ma proprio per non subire la crisi occorre alzarci e camminare! Tanti anche a Savona lo stanno già facendo: Caritas, università, esperienza di casa famiglia, condivisione silenziosa di beni, cura affettuosa e competente delle tante forme di fragilità presenti nel nostro territorio. Tanti anche a Savona stanno scegliendo la generatività invece della stagnazione. Si tratta allora di riscoprire l’attitudine della resilienza: che la crisi diventi il tempo di un nuovo inizio. Guardiamo con profondità al nostro tempo, come invitava Mauro Magatti al Convegno ecclesiale di Firenze: “l’umano è resiliente…Sono ancora tanti -anzi sono forse addirittura la maggioranza, dentro e fuori la Chiesa- le donne e gli uomini che…continuano a custodire la tenerezza e il calore dell’umano…Sì, c’è ancora tanta umanità resiliente, felicemente dedicata all’umanizzazione dell’uomo, che va ascoltata, amata, autorizzata, accompagnata”.

Vi chiedo oggi, in questo luogo di grazia, di scegliere con coraggio di appartenere a questa umanità resiliente! Lo dobbiamo in particolare ai ragazzi e ai giovani, ai quali dobbiamo restituire un futuro di bellezza. Perchè dovrà pur essere possibile curare nelle scuole e in università una formazione di eccellenza, senza parcheggiare per anni i nostri ragazzi in una attesa che non finisce; sarà pur possibile non porre in alternativa le esigenze dell’occupazione e la tutela dell’ambiente; e bisognerà pure avviare buone pratiche politiche, capaci di contrastare quella che Papa Francesco chiama la cultura dello scarto! Perché “la storia siamo noi” (De Gregori), e il credente sa che certo la storia è nelle mani affidabili di Dio, ma questa consapevolezza non lo esonera da un agire responsabile: solo quando avremo fatto tutto potremo dire con vangelo “siamo servi inutili”… Proprio dai giovani, come si esprimevano al Convegno di Firenze, potremo imparare questa cultura della responsabilità che ci mette in cammino (I care, mi sta a cuore, come insegnava don Milani): “occorre fare un falò dei nostri divani…Occorre darci reciprocamente e benevolmente, ma con determinazione ed energia, quella sveglia che ci ricorda che siamo popolo in cammino e non in ricreazione, e che la strada è ancora lunga”.

Papa Francesco a Firenze due vie principali per la Chiesa italiana: “l’inclusione sociale dei poveri, che hanno un posto privilegiato nel popolo di Dio, e la capacità d’incontro e di dialogo…cercando il bene comune”. Voglio che queste due vie indichino il cammino anche per noi, oggi, qui. Come Pastore della Chiesa di Savona, in questo luogo di grazia, voglio allora impegnare le mie povere forze perché la nostra Chiesa sia davvero una Chiesa in uscita, amica delle donne e degli uomini di oggi, perché “la Chiesa non è al mondo per condannare, ma per permettere l’incontro con quell’amore viscerale che è la misericordia di Dio. Perchè ciò accada, è necessario uscire. Uscire dalle chiese e dalle parrocchie, uscire e andare a cercare le persone là dove vivono, dove soffrono, dove sperano” (Francesco). Si tratta allora di uscire! Non possiamo più “diventar matti per risolvere tutto nel momento presente”, dobbiamo invece imparare a iniziare processi, più che possedere spazi (cfr. EG 223). Vale per la Chiesa, ma vale anche per la politica e per le istituzioni! In questo uscire, come credenti ci si affida, proprio come Gesù, che si diresse decisamente verso Gerusalemme, confidando solo nel Dio incondizionatamente affidabile. “Si direbbe -così è stato scritto di Gesù, l’uomo che cammina- che ciò che lo tormenta è nulla rispetto a ciò che egli spera” (Bobin).

Ma questo può e deve valere anche per ciascuno di noi. In questo uscire, faremo, per l’intercessione di Maria, esperienza gioiosa e stupita della misericordia, che è la concretezza affidabile con la quale Dio conduce il cammino, perché Dio non sorprende le nostre debolezze, ma moltiplica le nostre energie. Desidero concludere con le parole di Isaia, che ci confortano e danno respiro: “Ma quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi” (40,31).

Il Vescovo della Diocesi di Savona-Noli Mons. Calogero Marino

Federico De Rossi
18 Marzo 2017 alle 13:48
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