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Terrorismo, operazione Taqiyya: nel cellulare di un arrestato il giuramento ad Al Baghdadi

Luca Berto
16 Novembre 2016 alle 19:33
16 Novembre 2016
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Novità

Terrorismo, operazione Taqiyya: nel cellulare di un arrestato il giuramento ad Al Baghdadi

Quattro persone (tra cui un pizzaiolo di Finale Ligure) sono ritenute responsabili di associazione con finalità di terrorismo internazionale

Quattro persone (tra cui un pizzaiolo di Finale Ligure) sono ritenute responsabili di associazione con finalità di terrorismo internazionale

Genova. C’era anche il giuramento di fedeltà a Daeh nello smarthphone di Sakher Tarek, l’algerino di 34 anni arrestato il 27 ottobre nell’ambito dell’operazione Taqiyya della procura distrettuale antiterrorismo di Genova, insieme ai due fratelli egiziani Moustafa Abdel Hakim Antar Hakim e Antar Hossameldin Mostafa Abdelhakim. I tre, insieme a un quarto connazionale fermato una settimana dopo (Hosny Mahmoud El Hawary Lekaa), sono ritenuti responsabili di associazione con finalità di terrorismo internazionale. Sul suo smarthpone, anche immagini di bimbi combattenti, già soldati di Daesh a 8-9 anni, di commando pronti a colpire, di prigionieri con la tristemente nota tuta arancione un momento prima di essere sgozzati.

“A chi è stato guidato da Dio per giurare fedeltà ad Amir al-Momenin (capo dei fedeli) – recita il giuramento – il giuramento di fedeltà non è un semplice insieme di parole da dire ma delle parole seguite da fatti. Nel giuramento di fedeltà diciamo “ ti giuriamo fedeltà nei momenti di difficoltà e di prosperità, e nell’agio e nelle avversità”, però noi non siamo stati sinceri nel nostro giuramento, se fossimo stati sinceri, saremmo diventati dei lupi solitari, visto che le porte dell’emigrazione (hijra) ce le hanno chiuse i tawaghit (i tiranni) in faccia”. Se il giuramento non prova di per sé come consequenza il compimento di atti terroristici – spiegano gli investigatori – è vero che tutti coloro che vanno a combattere o scelgono di compiere atti terroristici in Occidente, prima hanno dovuto giurare fedeltà al Califfo.

Le indagini del Ros coordinate dal sostituto procuratore Federico Manotti hanno consentito di individuare un gruppo, organizzato su base familiare e stanziato tra la Liguria e la Lombardia, che sul web si occupava di diffondere materiale jihadista e di instradare combattenti dal nord Africa in territorio siriano per conto dell’autoproclamato “Stato Islamico” (Daesh).

L’indagine è partita da alcune intercettazioni preventive che hanno portato a scoprire un terzo fratello dei due egiziani residente in Arabia Saudita ma ricercato sia nel Paese dove si era trasferito sia in Egitto. Ipotizzano gli investigatori che quest’ultimo sia entrato a far parte della cellula terroristica dell’Isis Wilayat Sinai, costola della Fratellanza musulmana e i fratelli che stanno in Italia vorrebbero farlo fuggire. Dei due sarebbe Antar Hossameldin Mostafa Abdelhakim secondo gli investigatori ad avere il ruolo di primo piano  proprio nel reclutamento di combattenti in Siria: uno addirittura è partito dalla Cina proprio grazie all’aiuto di Antar che aveva anche il ruolo di ‘garantire’ per gli aspiranti combattenti.

Il fratello Abdel, pizzaiolo residente a Finale ligure,  aveva sopratutto il ruolo di diffondere le immagini attraverso i social network. Per lui il gip di Genova ha derubricato il reato in apologia e istigazione del terrorismo. Abdel otteneva materiali direttamente da al-Hayat Media Center, organo di propaganda del cosiddetto “Stato Islamico”.

Tra i video condivisi in rete, spesso contenenti scene di sgozzamenti rituali di prigionieri (tra i quali il pilota siriano arso vivo) o ritenuti oppositori, vi era quello relativo ai membri del commando responsabile degli attentati del 13 novembre 2015 a Parigi, intenti a perpetrare violenze nei campi d’addestramento di Daesh in Siria ed Iraq.

L’operazione era stata definita Taqiyya facendo differimento al termine arabo che indica la dissimulazione. La tecnica, messa in pratica dagli affiliati all’Isis, è quella di dissimulare con atteggiamenti apparentemente contrari il proprio radicalismo religioso.

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