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Bunker e fortificazioni, nuove inedite scoperte sulle colline intorno a Vado Ligure fotogallery

Tutto quello che c'è da sapere sulla difesa armata della Seconda Guerra Mondiale nella cittadina del ponente savonese

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Bunker e fortificazioni, nuove inedite scoperte sulle colline intorno a Vado Ligure
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Vado Ligure. Il sistema difensivo di Vado Ligure durante la seconda guerra mondiale, due scoperte e un’esplorazione sotterranea inedita. Nuova importante scoperta di Savona Sotterranea.

Mancava all’ appello, una fortificazione a Savona. Il Forte Braia. Di questa fortificazione gli esploratori savonesi ne avevano parlato tempo fa. Una  fortificazione, iniziata dai genovesi che da sempre viene localizzata dal 1757, ( cartografia Giacomo Brusco, Archivio di Stato di Genova ) tra la zona Fornaci e Legino. Precisamente, nella piccola zona collinosa alle spalle dei bagni S. Antonio. Stando alle carte d’epoca, la fortificazione fu iniziata con i seguenti lavori: Spianatura collina, scavi relativi ai magazzini interrati e cisterna. Ma per mancanza di fondi, e forse perché non ritenuta più essenziale, si decise di terminare i lavori. Sta di fatto, che in concomitanza a questa saltuaria ricerca, gli esploratori savonesi si sono sempre interessati e incuriositi ad un’altra collina sul mare: la collina adiacente al Forte San Giacomo di Vado Ligure, denominata “Cheia”.

Insieme Christin Alpino, Claudio Arena ha deciso di programmare anche un primo sopralluogo in zona. I dati che hanno scoperto, e riteniamo molto preziosi, sono che la planimetria del forte Braia 1757, con misurazioni in palmi genovesi del 700′, collimano sia in lunghezza che larghezza con la parte spianata, che troviamo ancor oggi nella collina Cheisa; il fossato unico della planimetria d’epoca, corrisponde, con il fossato trovato nella collina. Altro dato particolarmente coincidente, la via sottostante alla collina di vado Ligure, si chiama Braja. Questa collina è stata spianata artificialmente, è situata in zona strategica, davanti il porto di Vado Ligure, ( quindi anche successivamente usata per scopi bellici durante i conflitti mondiali ). Indizio molto particolare, vi è in una carta planimetrica dell’ epoca, una nota scritta in originale, sul retro mappa, dove si legge “ Vado, Pianta e profilo del forte della Braia, nella Baia di Vado”.

Si decide pertanto di effettuare sopralluogo intenso in zona.” Sia io che Christian quindi scopriamo sul posto, evidenti resti di manufatti edili. Di cui molti in cemento armato di epoca bellica recente, e resti di muri, pietre, di epoca sicuramente settecentesca. Difatti, non si scostano molto dalla tipologia di forti già costruiti in zona. Nella parte fossato, si sono rilevati, molti cumuli di terra, ( tanto che in primo istintivo pensiero, potevano anche essere identificati come sepolture ) ipotesi poi scartata, sia per il consistente numero, che la diversificazione metrica dei cumuli”, spiega Arena.

Oggi la parte alta della spianatura collina, è totalmente invasa dai rovi, pertanto è difficilissimo approfondire oltre, questa parte. Ma si evince, da controllo visivo effettuato in più occasioni, che oltre la parte alta, la parte fossato, sono state scavate delle strade fino a dentro il fossato, questo per permettere il trasporto di pietre e massi per il completamento dei lavori. I grossi massi, intatti che si trovano sul posto, probabilmente sono stati ricavati da qualche cava vicina. Questo fa anche pensare alla cava già utilizzata anche per la costruzione del forte San Giacomo.

Pertanto, dato gli indizi metrici, strategici e scritti, Siamo fortemente convinti di poter dire, di aver scoperto l’esatta ubicazione del Forte Braia e con questo rilevare che la carta/e d’epoca settecentesche, sia sbagliate o volutamente inesatte. Sulla collina Cheia gli esploratori aggiungono le note indagini relative al periodo della seconda guerra mondiale. Si evince dai detriti in cemento, per altro molto numerosi, su questa collina, che fu stata dai tedeschi anche durante il conflitto mondiale con postazione antiaereo. Considerando la vastità di utilizzo dell’ area, che si aggira sui 17 mila metri quadrati, escluso fossato, che questa doveva essere una postazione di importanza rilevante.

“A conferma di questo, ci vengono in aiuto, degli scritti partigiani, che riferiscono di alcuni scontri a fuoco nella collina della zona di “valgelata” con intendo di mettere fuori uso la postazione, che unitamente a quelle del versante M.te S.Stefano, e M.te, Sant’Elena, ne facevano una linea difensiva imponente”, dice Arena.

Da cartografia radar, si rileva, che vi sono due cedimenti franosi, che partono da cima collina, fino al fossato, nel versante porto. Questo potrebbe far anche dedurre, che tutti i detriti che oggi abbiamo rinvenuto nel sottostante fossato, provengano appunto dalla parte postazione di difesa; forse resi volutamente inutilizzabili, proprio durante gli scontri partigiani o subito dopo le ostilità belliche.

“Non per ultimo, indichiamo, che ai piedi della collina in questione, abbiamo scoperto un bunker edificato, probabilmente a difesa dell’aerea militare, considerando che non ne abbiamo trovata menzione da nessuna parte, è probabile che anche questa sui una scoperta inedita, o comunque valevole di condivisione”, spiega Arena. Si tratta di un manufatto ben conservato, avente forma circolare, di diametro circa tre meri, con feritoie per armi pesanti.

Considerando la zona di interesse storico militare, è possibile che questo scavo sia stato ricavato per motivi bellici. Vengono esclusi categoricamente un uso civile e usi idrici. Su tutto lo sviluppo della cavità, è presente, sia sulla parete destra che sinistra, una doppia fascia dipinta a color nero, ad una altezza dal suolo di circa un metro.
Tutto l’ ipogeo, è stato ricavato direttamente in roccia, e non si evidenziano nessun tipo di materiali aggiunti, quali malte cementizie; difatti il sotterraneo risulta totalmente grezzo. I corridoi si presentano, con una larghezza media di 1,10 mt per un altezza di circa 1,80 – per uno sviluppo totale di circa 50 mt. All’ estremità terminale del camminamento, si intercetta in direzione Nord Ovest, altro scavo cieco, avente una lunghezza di circa 16 mt per 2. Il corridoio principale, dove appunto si intercetta questo vano, risulta essere in parte bloccato da frana.

Da analisi, è possibile che questo cumulo di pietre sia di natura intenzionale. Immediatamente sopra la parte franata, con un dislivello di 45°, si intravede un continuo di scavo, dopo vi si può accedere, oltrepassando una piccola apertura in frana, di altezza 40 cm. Lo scavo superiore, risulta anch’esso franato nella direzione Sud, ed ha un ampiezza complessiva di circa 12 mq. Tutto l’ interno dell’ ipogeo, si presenta senza nessuna infiltrazione di acqua e al suo interno unidità e temperatura sono costanti.
Si sconosce l’ uso di quest’ opera, anche se si ritiene che ovviamente è stata utilizzata durante anche il secondo conflitto mondiale, poiché nelle immediate vicinanze, sono stati ritrovati manufatti del periodo.
“Ma è nostro parere, ritenere che questo scavo è di natura antecedente, quanto meno di fine secolo XVIII, poiché al suo interno, sono state ritrovate, 4 palle in piombo da moschetto”, dice Arena.

La storia racconta che le truppe occupanti, coadiuvate dal lavoro edilizio dell’organizzazione Todt allestirono nuove batterie costiere utilizzando l’abbondante numero di pezzi campali catturati al Regio Esercito dopo l’8 settembre 1943, e rimisero in efficienza molte batterie italiane precedentemente sabotate al momento della resa.

Nel contempo i tedeschi migliorarono la protezione delle batterie costiere con la realizzazione di coperture a forma di guscio di tartaruga in cemento armato edificate sopra le piazzole che ospitavano pezzi da 152, in grado di proteggere i serventi e i pezzi dalle incursioni aeree.

L’ organizzazione Todt “OT” altro non era che un’ impresa, la quale provvedeva, alla costruzione di strade, ponti e altre opere di comunicazione vitali per le armate tedesche, così come della costruzione di opere difensive di Vado Ligure

Il grosso dell’impegno edile nella prevenzione di uno sbarco fu però indirizzato nella realizzazione di architetture fortificate atte ad impedire l’avanzata di mezzi corazzati e fanteria attraverso le spiagge e le zone pianeggianti. A questo scopo furono realizzati vari ostacoli anticarro, il più comune lungo le coste era costituito da un muro antisbarco in calcestruzzo armato chiamato “Panzermauer” di altezza variabile da 1,5 a 4 metri e con uno spessore di almeno un metro. Il profilo di questo tipo di fortificazione aveva uno spessore superiore a forma piramidale o semi-cilindrica, appositamente studiato per essere difficilmente superabile con l’arrampicata. Muro di questa tipologia, è ancora ben visibile in diversi punti di spiagge savonesi; tipo antistante la caserma vigili del fuoco, Villa Zanelli.

La Todt installò in oltre, numerose tipologie di casematte. Le più comuni costruite furono i nidi di mitragliatrice denominati Tobruk, ispirati alle efficaci postazioni italiane impiegate durante la campagna del nordafrica. L’efficacia di queste piccole fortificazioni provvisorie, convinse i tedeschi ad adottarle per la difesa delle coste costruendole in cemento armato e incassandole a terra anche con piccole riservette per le munizioni. ( molte di queste le troviamo sul Sant’Elena )
C’è poi un episodio da ricordare che risale al 13 Giugno 1940. Quel giorno partirono dalla base delle saline di Hyères le navi della 3° Squadra francese, al comando l’ammiraglio Duplat. La squadra era suddivisa in tre gruppi e come da ordini ricevuti l’ obiettivo erano i depositi carburante nelle zone industriali di Vado Ligure e Savona.

La formazione navale francese era così composta: incrociatori Algérie, Foch, Dupleix e Colbert; – dai cacciatorpediniere Guépard, Valmy e Verdun, Tartan, Chevalier Paul, Cassard, Vautour e Albatròs, Vauban, Lion, Aigle; – dai sommergibili Iris, Uranus, Pallas, Archimède.

Primo gruppo Incrociatori Algerie e Foch unitamente a 6 cacciatorpediniere. Diretti Vado Ligure Savona
Secondo gruppo, incrociatori pesanti Duplaix e Colber accompagnate da due caccia cacciatorpediniere. Direzione Genova. Terzo gruppo, formato da 3cacciatorpediniere e 4 sommergibili, inviate a largo della Liguria, non solo a formare una morsa, ma anche per intercettare e bloccare l’arrivo di navi soccorso Italiane. 

Alle 04.30 esatte del 14 giugno il primo gruppo descritto, apre il fuoco sui sui serbatoi di nafta di Vado Vado Ligure e quindi gli stabilimenti metallurgici Ilva di Savona. A questo punto il caccia Aigle da una distanza da costa di 10 km, spara cannonate con pezzi di 138/40 contro il faro e la batteria di Capo Vado. ( dove qui appunto come già da me documentato ) esistono le postazioni tedesche sia dentro il forte San.Giacomo che i Bunker sottostanti. Mentre più a monte, la “ batteria ottocentesca“ e altre postazioni dislocate sul Sant’Elena.

Si riscontra da successivo rapporto militare, che vengono colpiti a Vado Ligure,7 edifici privati, lo stabilimento Monteponi, il gasometro con 1800 metri cubi di gas, lo stabilimento Agip viene colpito a un serbatoio da 15 mila litri di nafta che prende fuoco, quindi lo stabilimento Carbon fossili vengono centrati i grandi serbatoio del reparto benzolo, il gasometro, il magazzino solfati, il reparto lubrificanti, le officine meccaniche, il reparto catrami, vengono colpite l’ILVA , e Fornicoke, con danni rilevanti.

A Savona: il bombardamento navale francese provoca, danni alla stazione ferroviaria, il palazzo comunale, l’istituto nautico, le distilleria italiane, allo stabilimento carbonfossili, a una trentina di appartamenti e fabbricati in diversi punti del centro città. Danni anche nella zona di Zinola presso il cimitero, la trattoria “Falco reale” e diverse case sparse della campagna circostante. Altri danni sparsi anche ad Albissola.

Da costa, la nostra difesa, reagisce immediatamente. Viene utilizzato quindi il treno Armato ( già in altro post documentato ) di Albissola, che uscito dalla galleria “catello” spara ben 93 colpi tramite i suoi 4 pezzi da 120/45. Da Savona risponde al fuoco anche la batteria AT-171. Ma nulla di fatto. I francesi arretrano e quindi si dileguano, solo con l’arrivo di due sezioni dei Mas ( che stavano dirigendo su Savona dopo una notte di crociera al largo ) 534-535, 538-539 della 13° squadriglia.

La nave italiana Calatafimi, quel giorno, si trovò casualmente in zona di attacco , poiché era intenta a scortare altra nave, quando avvistando a binocolo le imbarcazioni, il comandante Brigole lascio la scorta e diresse a tutta forza verso la formazione nemica, avvistando poco dopo anche due altri incrociatori e tre cacciatorpediniere. Nonostante la disparità di forze, la Calatafimi, si portò a distanza ravvicinata, puntando i cannoni e preparando i tubi lanciasiluri al lancio: fidando nelle condizioni meteorologiche favorevoli, Brignole pensava di potersi avvicinare senza essere avvistato per poter lanciare dalla minima distanza possibile, per aumentare le probabilità di successo. Decise di attaccare i cacciatorpediniere, più vicini, come aveva pianificato. Mentre venivano preparati i dati da fornire ai tubi lanciasiluri la formazione francese, disposta in linea di rilevamento, si portò in linea di fila, per impiegare tutti i grossi calibri.

La formazione che aveva diretto su Vado Ligure aprì il fuoco per prima, contrastata dalle batterie costiere e da alcuni MAS. Subito dopo la Calatafimi iniziò a sua volta il tiro, contro le unità francesi, che fino ad allora non si erano però ancora accorte della nave italiana: avendola a questo punto avvistata, le unità nemiche spostarono il tiro sulla torpediniera, che, manovrando a zig zag tra le salve che cadevano molto vicine, continuò a sparare con il cannone di prua. Giunta a meno di 3000 metri, lanciò due siluri; poco più tardi, ridotta ulteriormente la distanza, dopo un’accostata più marcata, la Calatafimi lanciò altri due siluri.

A questo punto il cacciatorpediniere Albatros fu seriamente danneggiato da un proiettile tirato dalle batterie costiere, la batteria Mameli di Genova, che colpì la sala macchine, ed il danneggiamento fu accolto dall’equipaggio della torpediniera al grido di «Viva l’Italia, viva il Re!», dato che molti credevano che il colpo venisse dalla Calatafimi: Brignole riportò tuttavia l’ordine con il megafono, dovendo proseguire l’azione.

Nonostante il fatto che nessuno dei quattro siluri lanciati fosse andato a segno, la formazione francese, stupita dalla reazione inattesa, presa di mira dal tiro sempre più preciso dalla batteria Mameli e non avendo idea di quale fosse la reale consistenza delle forze italiane, invertì la rotta e si ritirò ad elevata velocità, temendo una trappola. Alle 4.48 la Calatafimi inizialmente inseguì la formazione francese, lanciando, nonostante la distanza e la disparità di velocità, altri due siluri, il primo dei quali, tuttavia, andò fuori mira per un’accostata troppo veloce, mentre il secondo, difettoso, rimase incastrato metà dentro e metà fuori il tubo.

L’equipaggio, spinto dall’entusiasmo, avrebbe voluto perseverare ancora nell’inseguimento, ma il comandante Brignole, considerato che la Calatafimi era del tutto indenne, che la scorta dei siluri era esaurita, torpediniera invertì perciò la rotta, dirigendo su Genova mentre il cannone di poppa continuava ancora a sparare, per un po’ di tempo, sulla formazione francese che si allontanava. Il comandante Brignole fu insignito della Medaglia d’oro al valor militare.

Giò Barbera
23 Novembre 2015 alle 7:49
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