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Roberto Nicolick racconta “una tragedia sempre attuale”

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Una notte di agosto negli anni 70, una tranquilla notte estiva, in un paesino sull’Appennino ligure, la gente che si attarda sulla piazza di fronte alla chiesa, due giovani donne che chiacchierano sedute su di un dondolo accanto all’uscio di casa. Arriva un’auto che si arresta di fronte al dondolo, ne scende un giovane uomo, è il marito di una delle due con cui si allontana e inizia a discutere.

Il dialogo, fino a quel punto tranquillo e pacato, si interrompe e la donna, molto bella con dei lunghi capelli scuri e occhi verdi profondi, volta le spalle all’uomo per rientrare in casa. Ed accade una cosa terribile e imprevedibile: l’uomo afferra una doppietta che era sul sedile dell’auto e esplode due colpi alla schiena della donna. Lei crolla a terra in un lago di sangue, l’omero destro, il torace e il cuore sono devastati dalla rosa dei pallini, fatto scempio della poveretta, lui sale in auto e fugge, mentre arriva gente allarmata dai colpi.

Nella palazzina accanto dorme il figlio di tre anni della coppia, che in un colpo solo perde entrambi i genitori. E’ l’atto finale di una tragedia annunciata, che negli anni a venire avrà una casistica altissima negli omicidi, e che verrà definita come femminicidio.

Lui geloso e possessivo, lei bella , troppo bella, considerata come un bene irrinunciabile. L’assassino , viene descritto come un soggetto poco equilibrato, fugge in auto, un mezzo che ha noleggiato allo scopo, raggiunge l’autostrada per Milano, alla periferia della città incontra una pattuglia dei Carabinieri e si costituisce. Negli interrogatori con il magistrato, emerge la sua gelosia morbosa, la sua completa sfiducia nella moglie, il suo orgoglio ferito da un presunto tradimento che in realtà non è mai avvenuto.

La giovane vittima, che di lavoro faceva l’insegnante, in estate frequentava questo piccolo borgo, per trascorrere le ferie estive con il figlio e presso la casa di proprietà dei genitori. Era una donna molto bella e faceva una vita molto triste a causa delle gelosie ossessive del marito, con cui spesso litigava e che in diverse occasioni aveva alzato le mani su di lei. A tutto ciò va aggiunto il fatto che uno zio della vittima, disse al marito già abbastanza agitato di aver visto la moglie salire su una autovettura di colore rosso e allontanarsi con uno sconosciuto. Forse questo parente non immaginava, neppure lontanamente, l’effetto che avrebbero avuto le sue parole sul marito.

In seguito l’uxoricida attraversò tutti e tre i gradi di giudizio tentando la via della infermità mentale, in Cassazione gli fu confermata la pena di 15 anni di detenzione, tre anni di casa di cura e tre anni di libertà vigilata. Questa vicenda accaduta molti anni fa, non è mai stata dimenticata dagli abitanti del piccolo centro abitato e ha segnato in modo permanente tutte le persone, parenti e non, che hanno avuto modo di viverla. I turisti, invece, che non sanno nulla di questa dolorosa vicenda, camminano tranquillamente su quel marciapiede, che quaranta anni fa fu macchiato del sangue innocente di una donna per bene, che voleva solo mantenere la sua identità di creatura libera e pensante.

 

Roberto Nicolick

Luca Berto
3 Settembre 2015 alle 14:34
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